Aggiornamenti e appuntamenti

E sarai donna sì
ma solo fuori di qui
[Renato Zero - Chi sei?]


La primavera, nonostante i piovosi capricci, ha portato delle novità!

Lea Melandri ha citato “Ma il cielo è sempre più blu”, nel suo ultimo articolo su “La 27a ora” collegando i ruoli definiti dagli stereotipi di genere alla violenza sulle donne. E’ una riflessione assai interessante che mi capita di affrontare spesso. Finché ci sarà la cultura del “sesso debole” ci saranno le sue connaturate degenerazioni violente…
In un commento all’articolo si taccia Lea addirittura di “femminismo misadrico”. Com’è che risulta così difficile accettare che non esista un genere subalterno? Che le presunte “differenze biologiche” non implicano niente? Che l’ipotetica differenza di stazza (provate a confrontare un nerd con una campionessa di lancio del peso) può diventare totalmente insignificante quando il rapporto uomo-donna si fonda sull’interesse oltre il corpo? Che finché sarò la donna da proteggere sarò anche la donna da aggredire?

Magari si potrà parlare anche di questo nelle prossime proiezioni di “Ma il cielo è sempre più blu”:

Martedì 8 maggio, alle 10:00 nella scuola media di Palazzolo, agli alunni di una terza. L’iniziativa è partita grazie a Giorgia Vezzoli, che durante l’incontro parlerà di stereotipi di genere, media e comunicazione.

Martedì 15 maggio, alle 14:30 circa, all’Università di Milano Bicocca, nell’ambito del laboratorio “Tecniche di analisi di società multiculturali” tenuto da Roberta  Marzorati; nello specifico verrà proiettato durante la lezione “Costruzione del genere e della sessualità” tenuta da Daniela Cherubini.

Le proiezioni sono riservate agli/lle studenti iscritti/e al laboratorio. O agli alunni e alle alunne della classe.

Nel frattempo l’inchiesta si estende, una scuola milanese ha aderito mettendosi a disposizione.

Otto marzo duemiladodici

Direbbe che sono perfida,
e questa qualifica mi ha sempre fatto piacere;
dopo “crudele” è l’appellativo più dolce
all’orecchio di una donna,
e anche il più facile da conquistare.
[Pierre-A.F. Choderlos de Laclos - Le relazioni pericolose]

 

Prima di tutto un giro in internet. Ultimo assaggio di accidia prima di cominciare ogni giornata. Quella di oggi poi.
Su una bacheca nota, trovo una notizia interessante. Le prime pagine dei principali quotidiani di oggi sono firmate tutte da uomini. Le donne firmano i box con gli speciali sull’8 marzo. Che fare l’insertino speciale sulle donne, l’8 marzo, fa subito femminista. Ebbuongiorno anche a voi.
Faccio una googlata per capire le iniziative che potrei seguire oggi. Come chiavi inserisco “8 marzo + Milano”. Una miriade di pagine. Tutte si aprono su un composit di foto di maschi muscolosi unti, alcuni col cappello da mozzo. Gli sfondi vanno dal lilla, al rosso fuoco. Qualcuno anche tortora, che questa primavera si porta molto.
Scavando scavando, per caso, vengo a sapere che l’8 marzo 2011 i musei statali di Milano facevano entrare le donne gratis. Cerco notizie più precise ma anche sui siti museali non si trova niente. Chiamo, non rispondono.

Esco per buttare un occhio sui manifesti. Dopo neanche un km vengo quasi investita da un suv. Sul marciapiede. Sì, l’avevo visto. Stava uscendo dal cancello del palazzo ma pensavo che affacciandosi sulla porzione di marciapiede su cui stavo già camminando, si fermasse lui. Alla guida, un uomo sulla sessantina, sbraita. Gli faccio notare che mi trovavo sul marciapiede prima di lui, e che sarebbe buona norma soffermarsi, prima di immettersi in strada. Non apre i finestrini, ma dal labiale si capisce che sta dicendo qualcosa circa una mia ipotetica promiscuità sessuale, che, insomma, se mi trovo sul marciapiede, non è un caso. Del resto, per una donna, indipendentemente dalla sua posizione geografica e/o professionale, quello come insulto va sempre bene, un classicone passepartout come la camicia bianca. Non sbagli mai.

Prima di rientrare passo a prendere un’aranciata dal pizzaiolo egiziano sotto casa, creatore di una delle pizze più buone di Milano. Gli chiedo come vanno gli affari, e gli faccio i miei complimenti. Mi sorride sincero e un po’ sdentato, e insieme allo scontrino mi porge gli auguri. Lui, uomo islamico, in/consapevole garante della mia emancipazione di donna che la sera si ordina una pizza proclamando la sua libertà dalla padella. Gli restituisco il sorriso sincero.
Dopo pranzo dovrei uscire subito, ma la lavatrice ha appena finito, i piatti vanno sparecchiati e lavati, ho ancora delle pendenze lavorative da sbrigare, devo fare un paio di telefonate, scrivere qualche mail, e dovrei darmi una sistematina ai capelli. Sempre loro.

Emergo alle 17.30 dal passante alla stazione di Porta Garibaldi. Una calca di persone accerchia “la sfilata delle donne vere” di Donna Moderna. Chiedo se posso sfilare anche io ma, a quanto pare, le donne vere in passerella sono state sottoposte a casting preventivi. Che non si sa mai che ti arrivi la cofana dell’ultimo momento. A sentirla così mi sembra più una grossa trovata pubblicitaria che un’iniziativa sinceramente pro parità. Ma vabbe’, io sono prevenuta, si sa. Dopo 5 minuti sfila una ragazza: bianchissima, altissima, bellissima, pettinatissima, incinta. Applausi. L’unica per cui il pubblico ha mostrato spontaneo gradimento. Si vede che, ancora, le “donne vere” sono madri.

Arrivo alla premiazione del concorso video per adolescenti “Diamo voce alla dignità delle donne” una bella iniziativa che coinvolge ed interessa i ragazzi e le ragazze su un problema (di cui tanto si parla, ma poco si analizza) parlando il loro linguaggio. Un totale di 32 cortometraggi provenienti da scuole superiori e centri di aggregazione giovanile. Belli. Fatti bene. Freschi. Pensati, soprattutto. Con la scusa di progettare un video hanno innescato riflessioni nei ragazzi. In quasi nessun video compaiono adulti. Segno che chi li ha fatti, sa che la violenza è più vicina e possibile di quanto non si stimi.

Fra gli organizzatori ci sono delle mie amiche, che non ci si crede ma sono anche delle mie discepole al corso video della LUD. M’invitano a cena prima dello spettacolo di Liliana, una di loro. Una soprano. A cena parliamo di violenza; di storie; di teatro, di cuscinetti; di cinema; di salto in alto; dell’importanza della cassetta pulisci-testine che ti salva la vita, e dell’importanza di stimarci abbastanza, che ti salva la vita anche quella; di figlie, di madri, di sorelle; di noi, insomma.

Poi entriamo in chiesa. Quella piccola, in corso Magenta, il monastero di San Maurizio. Che a vederlo da fuori non gli dai due lire, e da dentro ti sorprende. Le pareti sono affrescate di mille scene. Non c’è un centimetro bianco. Lo spettacolo si terrà nel coro delle monache, dietro. In mezzo ci sono due file di sedute lignee, troni austeri che raddrizzano le schiene. Sopra, sul palchetto davanti all’organo maestoso, fa capolino Liliana Oliveri. In mezzo alla cappella transita, narrandoci le audaci imprese delle donne che la storia non ricorda, Valeria Palumbo.
Ci parla di poete, di musiciste, di pittrici, di cavaliere, spadaccine, luogotenenti e soldate, mazziniane, garibaldine, cantanti, eroine che non si piegarono, che talvolta si spezzarono per l’amore di uomini che non possedevano la loro tempra. Figure di donne che farebbero impallidire i figherrimi “role model” moderni. Donne di cui non si conoscono le gesta, perché la storia è scritta dagli uomini. Donne che educherebbero le bambine a non pensarsi scisse fra il fornetto e la trousse. Racconti che regalano possibilità.
Sopra di essi si libra la voce di Liliana, suona le corde dell’anima e le partiture scritte anche dalle donne. Canta, sola, in questo luogo dai colori vivaci, in cui si sublimava la reclusione monacale.

Torno a casa, ma non ho sonno. Mi sdraio davanti alla tv. A Servizio Pubblico si parla di crisi economica, fra uomini. Faccio zapping, che non vorrei guastarmi la serata. Incappo nell’Isola dei famosi e mi fermo. Per addormentarmi: niente come i reality. I concorrenti si dividono principalmente in belle figliuole (di oggi e di ieri), e maschioni stranieri. E il Divino Otelma, che vabbe’.
- Ma possibile che le donne in tv siano sempre e solo delle fig..
Non finisco la frase perché scorgo finalmente una signora, nel senso più sano del termine. Di quelle che vedi sul tram, in fila alla cassa, al parco col cane. Sobria, normale, elegante, senza eccessi, senza porzioni di silicone in esposizione, modestamente agghindata. Una bella donna, ma normale. Una come potrebbe essere mia madre quando si mette in tiro.
E’ Vladimir Luxuria. Una vera signora. Una delle poche, che la televisione italiana ci concede.
Mi addormento, moderatamente felice, dopotutto domani è un altro giorno.

Rassegnata o indignata?

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Lui mi vuole distrutta
mi vuole in suo potere,
ma insieme crocefissa al mio piacere.
[Patrizia Valduga - Lezione d'amore]


La giacca mi fa sentire agile come un ferro da stiro e la camicia bianca mi tira da tutte le parti, in più non ci sono sedie. A quest’ora sarei dovuta essere già seduta ma il direttore è in ritardo di un quarto d’ora.
E’ che mi hanno chiamato finalmente per un colloquio, e pare che vestirsi in maniera rispettabile assicuri il risultato. Mi hanno telefonato dicendo che avevano trovato interessante il curriculum che gli avevo inviato. E’ interessante in effetti. Perché io in realtà non avevo spedito nessun curriculum. In realtà sono loro che hanno richiesto il mio cv a un mio datore di lavoro, poiché appunto, avevano apprezzato il mio operato.
La ragione di questa pietosa bugia per mascherare l’orgoglio, la comincio a capire quando entro nell’ufficio del direttore.
La prima cosa che noto è Belen che si strappa le mutande su un poster a colori lividi, che campeggia dietro questo quarantenne sportivo che mi tende la mano senza scusarsi del ritardo.
Mi torna in mente un’affermazione di Alessandra Perrazzelli, la presidente di Valore D: “Se io, lavoratrice competente, entro nel tuo ufficio, e vedo il calendario con una donna discinta mi viene ragionevolmente da pensare che sia quello il modo in cui mi vedi, prima ancora di considerarmi come professionista”
Che la mia omonima abbia ragione da vendere lo capisco dopo 2 minuti scarsi. Il colloquio consiste in una serie ininterrotta di critiche al mio lavoro e tentativi di sminuirmi sulla base di motivazioni futili, incongruenti e spesso inconsistenti. Che io mi chiedo: ma sono venuta qui a farmi criticare manco fossimo a un festival del cinema, o mi avete chiamato qui per parlare professionalmente fra professionisti di possibile collaborazione professionale?
L’apice della situazione è quando mi dice: “No vabbe’ ma te a fare questo servizio non ti ci manderei, non sei in grado”.
A parte che lo stesso tipo di servizio incriminato l’ho fatto egregiamente per un’azienda che è il doppio della tua. Virgola. Ma mi hai chiamato solo per farmi vedere metaforicamente quanto grande sia il tuo pene, sublimato all’occasione nel lavoro?
Capisce che non avrà da me tali conferme e ci salutiamo, disprezzandoci cordialmente.
Per la cronaca, appena sono uscita dal suo ufficio si è preso addirittura l’incomodo di fare delle telefonate a chi conta, per ostacolarmi.

Perché?
Perché sono una donna? Può darsi.
Ma soprattutto perché sono una precaria. Una schiava precaria, per la precisione. Una delle tante/i, sia chiaro.
Una dei tanti precari/e che fanno lavori specializzati per cui occorrono delle competenze specifiche che non possiedono in molti, e questo ci rende significativi e spesso indispensabili.
Epperò non contiamo niente lo stesso.
Per lo stipendio non è previsto un minimo sindacale e questo l’abbassa drasticamente fino alla soglia del ridicolo. Per averlo dobbiamo aspettare dai 30 ai 60, 90, 365 giorni, fino a data da definirsi. Lavoriamo secondo le forme contrattuali più creative e discriminanti. Siamo sempre pronti e disponibili, a qualsiasi lavoro, a qualsiasi orario, a qualsiasi cambiamento. E questo lo sanno bene tutti, per questo nonostante il nostro lavoro sia prezioso, ci trattano come se ci facessero un favore a farcelo svolgere. Come se noi, come persone, come professionisti, non contassimo niente.

“I giovani devono abituarsi all’idea che non avranno un posto fisso tutta la vita” ha affermato ieri il nostro premier. Ah.
E come mai lui invece ce l’ha avuto? E come mai le generazioni precedenti ce l’hanno avuto?
Siamo i figli dei figli del boom, la generazione cresciuta con le merendine e le promesse, anestetizzata dalla tv, incendiata da miti già usati, distrutta dall’autolesionismo viziato, depredata da tutte le speranze perché quando è toccato a noi, non c’era più niente per nessuno.
Qualcuno fa di necessità virtù e si adegua. Altri si lasciano andare nell’accidia fomentata da genitori che ti coccolano troppo e dalla consapevolezza dell’assenza di futuro. Alcuni stanchi di ingoiare rabbia impotente si sfogano con furia cieca e distruttiva.
Ci hanno chiamati vandali, bamboccioni, recentemente anche “sfigati”. I complimenti arrivano quando facciamo comodo, e la nostra trista condizione riempie la bocca delle campagne elettorali, o mediatiche.
L’Italia si sta permettendo di accumulare troppo malcontento sociale nei soggetti in cui dovrebbe invece investire. Che cosa genererà?
Se siamo già stanchi e indignati ora, come saremo dopo 10, 15, 20 anni di questo trattamento? Quando gli anziani scenderanno dai loro scranni e verrà finalmente il nostro turno, come saremo?
Sarebbe opportuno che qualcuno, là, in alto, invece di continuare a prenderci in giro, se lo chiedesse.

Beato il popolo che non ha bisogno di eroi

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Guardai indietro
per non dover più guardare la nuca proba
di mio marito, Lot.
Per l’improvvisa certezza che se fossi morta
non si sarebbe neppure fermato.
[Wislawa Szymborska - La moglie di Lot]

 


Non aggiungerò le mie parole al fiume di opinioni e polemiche che mi precede. L’isola del Giglio era il mio luogo preferito. Il pezzettino di pianeta che mi piaceva di più. E questa brutta storia ha fatto male anche a me.
C’è una cosa che mi ronzava in testa dopo quel “Vada a bordo, cazzo” un fastidio, qualcosa che mi dava noia, senza visualizzarlo bene, quell’insofferenza stile Cheyenne in “This must be the place”.
Mi nauseava questa glorificazione superomistica dell’eroe, e ho scoperto che non ero la sola a pensarlo.
Il maschio caxxuxo che prende in mano le redini della situazione e il maschio coxxxxne che scappa. Riferimenti fallici d’obbligo. E poi la donna, l’unica, sirena fuorviante e lasciva, che distrae l’uomo dalle sue responsabilità. Che barba che noia. Quanto siamo ancora succubi di questa visione patriarcale della società?

Stanca di questi eroi triti, ho deciso di mettere in campo le mie eroine.
E’ facile incontrarle ma non riconoscerle. E’ che indossano abiti meno sgargianti dei supereroi tradizionali. Uno dei loro superpoteri è la modestia.

La prima l’ho incontrata sul treno, una sera di dicembre.
Spalanco la porta del vagone alla ricerca del mio consueto posticino da eremita. Il treno regionale, sotto Natale, è rigonfio di passeggeri. Adocchio un posto valido e ci lancio i miei bagagli, esausta e innervosita. Se c’è una cosa che detesto è viaggiare piena di borse. Due sedili avanti una ragazza bionda si alza. Ha un cosetto appoggiato alle braccia, una cosetto lungo e infagottato. Dev’essere il solito chihuahua rognoso:
- Probabilmente sentirai qualche strillo…-
L’altra cosa che detesto sono i passeggeri rumorosi. Si volta. Il cosetto è un bambino delle dimensioni di un gatto.
- Magari mi sento l’mp3 -
Tento di dissimulare l’espressione orrenda che ho fatto pensando al viaggio col neonato urlante. Però è carino. Sembra anche placido con quel musetto paffuto affondato nel cappuccio della sua tutina gialla. Lei ha la faccia stanca ma felice. Lo poggia nell’ovetto e riprende a leggere.
Dopo 2 minuti, il primo vagito. Posa il libro, e si porta il fagotto sulla pancia. Il cosetto spalanca gli occhi e mi guarda. Lo saluto, non ricambia.
- Ma a quest’età mi vede?
Cullandolo mi si avvicina.
- Ancora no, ha 5 mesi.
Apre un po’ la cernierina della tuta rosa.
Rosa? Ma non era gialla? Come diavolo ha fatto a cambiarlo in 2 minuti? Vabbe’. Magari con l’abitudine ti velocizzi. Abbasso gli occhi sul libro e mi cade lo sguardo su un ovetto poggiato sul sedile. Dentro, un neonato placido avvolto nella tutina gialla, dorme.
- Oddio ma sono due!!!
Avrei dovuto dissimulare meglio il tono da disgrazia. Sorride.
- E viaggi da sola con loro?
- Sì. Sono un po’ incosciente, vero?
Mi racconta che è originaria di Livorno ma vive a Lodi, sola con suo marito. Non ha nessuno che l’aiuti coi figli e così li ha portati dai nonni, in treno. Viaggia con un borsone, uno zaino, una borsa termica, la valigetta del pc, e due neonati di 5 mesi l’uno. E io che da un anno mi faccio problemi a portare il gatto sul treno perché chissà di cosa potrebbe aver bisogno. Dice che in macchina sarebbe stato più scomodo, il regionale impiega tanto tempo ma è più tranquillo. E poi il rollio li culla.
Le dico che è eroica e per schernirsi ribatte che a caricare l’hanno aiutata i suoi, e a Lodi l’aspetta suo marito, è solo per il viaggio. Che dura 6 ore.
- Be’ ma ho dietro tutto quello che può servire.
Non la scalfiscono la paranoia, l’ansia, i pensieri assurdi. A casa si abbrutiva e ha posto rimedio. A gennaio si troverà una babysitter e ricomincerà a lavorare, ne ha bisogno per distrarsi e offrire ai suoi figli un tempo più ridotto ma migliore.
La guardo ammirata. Il prossimo viaggio imbarco anche il gatto, promesso.

La seconda eroina vive a Bologna.
Ha una laurea magistrale e vorrebbe fare la editor. Per il momento però lavora in pizzeria. Una sera ha preso l’ordine per 2 capricciose, non c’era nessuno disponibile e le ha recapitate lei. A piedi.
La porta era socchiusa e fuoriuscivano risatine creative. Il ragazzo che le ha pagato le pizze le ha spiegato che quel posto insolito era una casa editrice di e-book. Due mesi dopo lavorava lì anche lei. La mattina.
La sera continuava ad affettare carciofini perché il tirocinio non viene pagato, ma l’affitto sì. La pizzeria è vicina alla redazione, solo che un buco di 3 ore nella periferia di Bologna, non è il massimo della comodità. E poi c’è la casa da riordinare, la cena da preparare, gli impaginati da ricorreggere, la lavatrice da stendere.
I trasporti sono rari e inaffidabili e per essere autonoma si è comprata una bici.
Una volta, in vacanza con una sua amica, aveva messo un piede su un pedale ed era franata a terra.
- Vai avanti tu, ti raggiungo a piedi.
Ed aveva scarpinato dal campeggio alla spiaggia. I vent’anni senza bici si erano fatti sentire, ma tanto in vacanza non t’insegue nessuno.
A lavoro invece sì, così ha dovuto imparare di nuovo l’equilibrio, per sfruttare al meglio quell’ora e mezzo della giornata che le rimane, al netto del viaggio.
E io che mi lamento perché delle volte mi tocca lavorare nei week end.

Una volta, intervistando delle ragazze per strada, ho chiesto quae fosse stata la loro impresa più audace.
Mi hanno risposto che per amore avevano cambiato stato. Che in una settimana erano partire dal sud per venire a lavorare a Milano. Che si erano messe contro tutti per la persona che amavano. Che ogni giorno si alzano alle 6 per seguire 8 ore di lezione all’Università. Che per recuperare una storia avevano preso il primo aereo ed erano volate dall’altra parte del mondo.
Erano ragazze qualunque, un campione casuale, fermato per strada.
A una ho chiesto che cos’è che rende audace una donna.
Mi ha risposto:
- Essere femmina. Perché per fare la vita di una donna, bisogna essere audaci per forza.

Buoni propositi e cattivi bilanci

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Volevo nascere a Troia
[Stefania Orlando - A Troia]

 

Per il 2012 mi sono stilata una serie di buoni propositi: viaggiare, procacciarmi uno stipendio continuativo, fare qualcosa di mio, scrivere, transumare la gatta a Milano, imparare ad organizzarmi, scegliere definitivamente il colore per la mia stanza e imbiancarla, perdere i 10 kg che autorizzano gli sconosciuti a chiedermi di quanti mesi sono, riuscire a correre per più di 65″ di seguito.
Rendendo onore ai 150 anni dell’unità, ho trascorso gli ultimi giorni attraversando l’Italia in tutta la sua lunghezza. Dalla toscana a Palermo, da Palermo a Milano, da Milano di nuovo in toscana.
Poiché avevo già in mente i progetti salutistici per il 2012, a Palermo ho cercato di mangiare tutto il possibile. Mediamente ho fatto un pasto (a base di qualcosa di fritto) ogni 20′. Così decido d’impiegare le ultime 6 ore di treno, realizzando i buoni propositi. Parto dai più semplici: la cura di me.

Sfoglio un’agendina femminile, prodiga di ottimi consigli. Mentre il treno si allontana da Milano, leggo di diete detox a base di verdura cruda. Improvvisamente sento la pelle piena di tossine, le vedo, piccole polverose e nere che tumefanno il mio viso. Fortunatamente a pagina 22 apprendo di maschere di bellezza a base di frutta fresca che illuminano e purificano i pori.
Bene, primo passo: mangio verdura cruda per una settimana e mi spiaccico kiwi in faccia.
La pioggia piacentina si spalma sul finestrino, e mi accorgo solo ora che ho le gambe gonfie. L’agendina consiglia bagni di fieno caldo, e fanghi fatti in casa. Con cosa lo creo il fango a Milano? Va be’. Approfitterò del soggiorno in toscana per rotolarmi nei campi.
A Modena leggo che Madonna non trova marito perché dorme troppo poco. Seguono istruzioni per massaggio rilassante e ginnastica yoga da fare mattina e sera. Alle volte mi capita di svegliarmi in piena notte, di pensare che non ho un lavoro fisso, e di non dormire per le 2 ore successive. Dovrò ritagliarmi il tempo per lo yoga o oltre che precaria rimarrò anche zitella.
A Bologna scendo, attraverso a corsa la stazione, e, arrancando, riesco a prendere la coincidenza. Arriverò a Prato in orario, anche se morta. Dopo 10′ ho ancora il fiatone, il cuore è affaticato e chiede pietà. L’agenda dice che sono fuori allenamento, che per preservare le coronarie devo usare la pausa pranzo per correre al parco. In effetti ho la resistenza fisica di un’ultracentenaria. Bene. Appena torno a Milano comincio a fare jogging. L’ultima volta che me lo sono imposto sono arrivata al parco che ero già esanime, ma non importa. Yoga la mattina, corsa a pranzo, verdura cruda a cena, maschera alla frutta prima di andare a letto.
Ed epilazione definitiva. A quanto pare hanno inventato una luce fotonica che scioglie i bulbi piliferi. Irrita un po’. Dopo la procedura devo mescolare olio d’oliva e olio essenziale di ylang ylang e spalmarlo sulle gambe in senso orario dal basso verso l’alto. E io che pensavo di idratarmi solo perché dopo la doccia mi spalmo velocemente di olio johnson, oltretutto dall’alto verso il basso.
A Prato piove. Sono anni che soffro della sindrome dei Jackson Five. Ho i capelli gonfi. Liscissimi ma gonfi. Troppi, mi dicono i parrucchieri. Ho l’equivalente della foresta amazzonica sopra il cranio. Non ho mai capito perché devo crucciarmi per i capelli gonfi quando nel mondo c’è gente che soffre di alopecia. Però contrariamente al resto del mondo, quando piove si sgonfiano, e io me ne compiaccio. E invece non dovrei. L’agenda dice che dovrei viaggiare con un kit d’emergenza: olio lisciante, pettine, elastico, e fermaglio d’argento per camuffare il volgarissimo “gommino per capelli”. Ok. Quindi nella borsetta devo aggiungere il kit anti-pioggia.
Mentre sferraglio per la toscana mi tengo a mente tutte le cose che devo fare, e mi rendo conto che non avrò più tempo per altro. Sarò una donna esteticamente inappuntabile, anche se senza progetti. Senza vita propria.
Pensierosa, mi rigiro fra le mani l’agenda: 2012.
Nel 2012 moriremo tutti, perché devo sforzarmi tanto?

Tanto vale piangere, con acredine, sul latte versato. Come la ministra Fornero. L’ultima immagine del 2011 che ricordo.
A me quelle lacrime erano piaciute, la manovra un po’ meno.
Non entro nel merito dell’operato della ministra o del governo, che, in due parole, non mi soddisfa.
E’ che dopo tanto superomismo spicciolo, un po’ di umanità mi aveva fatto piacere. Che piangesse per empatia, o perché si era ricordata di aver parcheggiato in sosta vietata, alla fine non m’importava tanto. Mi rincuorava semplicemente vedere una persona reale. E poi giù polemiche, la maggior parte inopportune.
Hanno scritto addirittura che le sue lacrime umiliano le donne, perché riportano alla concezione di donna emotiva e svenevole, che ha bisogno dell’uomo che le dà forza. Quindi tutte le volte che piango d’ora in avanti dovrò sentirmi in colpa perché rinnego le mie battaglie femministe.
Devo essere bella o devo esser dura?
Ma soprattutto…perché “devo essere”?
Siamo talmente bombardate da istruzioni su come essere donne, che alle volte perdiamo di vista noi stesse, la realtà, la complessità, e per ribellarci a questo schiacciamento sui ruoli convenzionali, ci auto-schiacciamo in ruoli opposti.
Essere donna è essere tutto quello che vorremmo essere! Militaresse, manager, artiste, scienziate, attrici, insegnanti, madri, registe, giornaliste, soubrette, autiste, scrittrici, prostitute, ministre, parrucchiere, commesse, imprenditrici, sindacaliste, politiche, delinquenti, o casalinghe che sia!
Essere libere. Scegliere consapevolmente. Essere noi stesse. Essere donne. Senza più nessuno che pedantemente ce lo ricorda.
Ecco. Dal 2012 vorrei questo. Che almeno rimanga una bella traccia della razza umana…

Addio. A Monti…

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Femmine belle chetate lu core
si lu brigante vulite salva’
[Brigante se more - Canto popolare]

 

Buongiorno Italia!
Ho aperto la finestra e ho respirato un’aria nuova, Silvio Berlusconi non è più il presidente del Consiglio. Alleluja Alleluja. I problemi non sono finiti, ma, se non altro, ora cominceremo finalmente ad affrontarli. E’ la cosa più intelligente che ha detto Bersani, da quando lo conosco.
Leggendo “Contro le donne nei secoli dei secoli” di Silvia Ballestra, poco tempo fa, una scenata contro la considerazione delle donne in Italia (ed era il 2006!) alle parole:

- La politica, lasciamo perdere. Con un (ex, sia ringraziato il Signore) presidente del Consiglio che andava dicendo agli imprenditori europei di investire in Italia “dove abbiamo bellissime segretarie”-

mi si stringeva il cuore. Crepitavo d’invidia per quell’ex.
E poi: 12 novembre 2011. Ei fu.
Ieri, nelle piazze, manifestazioni di gioia. Mi trovavo fuori Milano e ci sono tornata apposta. Per dire.
Da piazza Duomo, memore del 31 maggio, parte un piccolo corteo improvvisato. Non ci sono vessilli politici, ci sono le bandiere italiane. Segno di un senso di risorgimento del popolo, stanco anche di farsi strumentalizzare. A guidare il corteo: giovani, miei coetanei. Quella generazione che col berlusconismo c’è cresciuta, che non ha visto altro, che è abituata a considerare la politica come una cosa staccata dai problemi reali della gente. Quella generazione a cui Berlusconi, e la classe politica in generale, ha rubato il futuro.
Non ci sono slogan violenti, non ci sono tensioni, c’è allegria. Sfilando davanti ai tiratissimi caffè di corso Vittorio Emanuele, un ragazzo prende il megafono: “Pagate il conto e venite a festeggiare con noi”. Pagate il conto. E che non tirino fuori black bloc e espropri proletari.
In San Babila è una ragazza (una ragazza!) a parlare:
“Siccome siamo diversi dal nostro ex presidente del Consiglio (applauso) occuperemo solo gli spazi che ci sono consentiti, senza arrecare danno al traffico, arriveremo in piazza Fontana passando dal marciapiede”
Insomma, ce ne siamo liberati. Siamo liberi. Siamo libere.
Oggi su La Repubblica leggo i candidati ai ministeri. Neanche una donna. Si ricomincia? Le donne, la politica delle donne, e la forza organizzativa delle donne, ha avuto un ruolo chiave nella discesa di Berlusconi. Ma il riconoscimento, come sempre, non arriva. Non arriva per la cura della casa, non arriva per la cura della polis.
Caro Monti, io so che lei e io abbiamo un curriculum diverso, e non ci piacciamo. Non m’aspetto che lei porti avanti i miei diritti di precaria, non me l’aspetto, ora, da lei, che mastica più spread che surgelati del discount, però almeno, faccia vedere al mondo che è capace di accorgersi che le donne in Italia sono la maggioranza.
Lo dice Marina Terragni nel suo blog stamattina:

- Sono convinta che al mondo piacerebbe vedere che anche la misoginia della nostra politica, tratto primario della fase da cui ci accingiamo a fuoruscire, è finalmente finita. Per il bene di tutti. -

Lo dice l’Espresso, che riporta i risultati di uno studio brasiliano che dimostra che nei paesi amministrati da sindache c’è meno corruzione.
Lo diceva Concita De Gregorio, ieri sera, a Ballarò.
Nel minestrone di ministri leggo solo nomi di anziani, maschi. I vecchi, in Italia, sono per definizione inutili e rimbambiti, tranne quando vanno al governo.
C’è bisogno di cambiamento, di nuovi modi, di nuove idee. Lasciamo almeno provare le donne! Lasciamo provare le giovani! Ce lo dovete, eccheddiamine.

La migliore Amica

Lo sai che la sindrome premestruale
colpisce maggiormente le donne
che lavorano fuori casa?
[Lines Seta Ultra]

E’ la copertina che mi ha conquistato. Quell’Eva Herzigova china e felice che grida “Sono una mamma! (grande) E mi sento ancora più donna” (più piccolo). E’ che all’improvviso mi sono sentita prudere selvaggiamente la schiena e in men che non si dica mi è spuntata una cresta da stegosauro.
E’ una delle 3 possibili copertine, del numero di Amica di novembre, che inaugura col botto la direzione di Cristina Lucchini. Sotto la testata di copertina “Amica” opportunamente ci ricordano “è nuovo!”. E infatti una delle altre copertine reca lo strillo “Bella sexy e casalinga gli uomini ci sognano così”. Per dire il concetto progressista.

L’intervista di Marta Citacov a Eva Herzigova s’intitola “Mamma è bello”. Nelle viscere sento un follicolo che si suicida. Il premio domanda intelligente dell’anno l’assegnerei senz’altri indugi a:

“Ha cambiato modo di vestire da quando è mamma?”
A cui Eva, mostrando più acume della giornalista, risponde:
“No, per nulla, sono una mamma non una suora.”
Ora potrei stare qui a dirvi che la domanda, benché fatta da donna-a giornalista-a, è specchio di quella cultura che spacca il genere femminile inesorabilmente in due: o donna madre o donna erotica, ma penso che non occorra neanche.

A seguire un pezzo di Francesco Piccolo, lo sceneggiatore, che celebra la prestanza fisica ancora erotica e seducente delle madri e delle quarantenni, e le esorta a crederci e a valorizzarsi. Carino, sì. Pare quasi femminista. Peccato per il tono paternalistico che tradisce le buone intenzioni.
Inizialmente Piccolo prende le distanze dallo stereotipo della casalinga che “ci raccontano” frustrata, poi però finisce per dare per assodato che la madre si senta una ciofeca inguardabile, al punto tale che si erge a suo principe azzurro assicurandoci che a lui fa più sesso la coscia cellulitica o il prolasso del décolleté, che non la squinzia ventenne con tutte le sue cosine a posto. A ribadire il concetto un box riporta le testimonianze di 6 bellone che dopo la maternità si sono sentite stagionate e inutili al punto di doversi riciclare come testimonial dell’Unicef: se non possono più essere belle, che almeno siano brave.
Sono polemica? Sì, sono polemica. E’ che mi sembra un po’ insolente questo pippone da maschio Beta che ci viene a dire che gli facciamo sangue anche decadute (così scrive). Ma per esempio se si pensasse che non ne abbiamo bisogno di queste assicurazioni paternaliste? Che ci sentiamo desiderabili lo stesso? Che non ci serve l’ennesimo maschio eroe che ci salva dalla torre della disperazione solitaria?

Giro pagina e trovo la cover story relativa alla copertina che inneggia alla casalinghitudine come nuova frontiera dell’emancipazione. E’ dedicato a Elisa Sednaoui che

“interpreta il ruolo della donna ideale, il sogno di molti maschi e l’aspirazione di tante donne, stufe della carriera a tutti costi, che tanto poi non ti libera dalle incombenze domestiche.
Te ne toglie solo il tempo e il piacere”

Alé. Massì, semplifichiamo. Ignoriamo 40 anni di lotte e le tante ricerche sociologiche che tuttora frotte di studiose portano avanti cercando di sviscerare le catene del doppio sì, di sgretolare quegli stereotipi di genere talmente introiettati che facciamo fatica a capire perfino chi siamo e cosa vogliamo. Diamo pure per scontato che i compiti di cura e le faccende domestiche ricadano biologicamente sulle donne, che il cromosoma Y e l’aspirapolvere non vanno d’accordo, si sa. Perché incaponirsi a dividere le incombenze domestiche, che le facciano le donne! Che poi ne traggono anche sotteraneamente piacere, e allora che brandiscano i mestoli invece di volersi snaturare per forza trasformandosi in Erinni spietate votate alla carriera! Del resto è il lavoro, che toglie tempo ai fornelli e alla brillante carriera da massaia che ne conseguirebbe, mica il contrario.

In chiusura il pezzo di Valentina Crepax, casalinga orgogliosa. E fin qui niente da dire. Perfino io traggo benessere psico-fisico dalle pulizie settimanali. Valentina ci racconta di come suo marito appartenga alla
“generazione del maschio utile, sparecchia, frigge, se unge pulisce, apre il forno per guardare cosa brucicchia” eccetera.
Con ironia ci dice di quanto questo alla fine la indisponga, e chiude:
“Sono approssimativa, ma non sopporto che si confondano i ruoli.”
E dato il tono faceto di cui sopra, spero che scherzasse. Certo, il contenuto del giornale non farebbe propendere verso questa chiave di lettura. Ma voglio essere ottimista, del resto questi servizi innovativi erano il restyling, si voleva svecchiare il mensile. Lo si premette dalla copertina: Amica è nuovo!
La copertina senz’altro, e il contenuto?

Feminist Blog Camp – The day after

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Proprio perché contavano meno,
erano più libere di fare ciò che volevano.
[Leslie T. Chang - Operaie]

Arrivando dal rigore fashion milanese, l’eleganza sabauda di Torino fa uno strano effetto. Salotti grandi come piazze, caffè con le vetrine in ferro battuto, e i nomi delle strade ispirati all’albero genealogico monarchico. Le percorro su un tram gramito di razze, in ansia da prestazione per la capacità di beccare il tram giusto. Chiedo informazioni a una ragazza dal viso di gianduia, e mi risponde un’anziana signora dell’est, seduta davanti a me con un mazzetto di crisantemi in mano: “Anche io scendo alla tua fermata, non ti preoccupare”.
Non ti preoccupare
, è una frase che a Milano non si sente più dal 1952.
Sui finestroni del tram scivolano le vetrine dei negozi, tutte decorate con una coccarda tricolore. Cambio linea in una piazza sormontata da un mercato multicolore. Si vendono le fodere dei cuscini accanto alle banane, gli appuntalapis colorati vicino agli abitini monospalla. Sembra un melting pot mediorientale, frutta e verdura valutata in 30 lingue diverse. Si respira un’aria diversa qui.
Al centro Askatasuna c’è un’aria da collettivo sessantottino che sulle prime m’indispone un po’, il lessico soprattutto. Sarà che sono inquadrata nella funzionalità milanese, sarà che sono sempre stata troppo schietta, sarà che sono pur sempre figlia di mia madre. Poi mi ambiento, sono fatta così. Ho sempre bisogno della mezz’ora di lamentele iniziali.
Nel pubblico riconosco facce amiche, amiche su facebook. Fa un effetto strano salutarsi con l’affetto come se ci conoscessimo da una vita, e invece non ci siamo mai viste. E’ strano e bello, scalda.
Giorgia Vezzoli (Vita da streghe) e Francesca Sanzo (Donne pensanti) tengono un interessantissimo workshop sulla comunicazione in web e sulla necessità di fare rete comune.
Poi tocca a me. E la stanza è affollata, diavolo. Mi viene a salutare Lorella Zanardo, chiedendomi gli sviluppi dell’inchiesta. Non ci credo, mi ha riconosciuto!
Attacco il pc e lascio che parlino “le mie piccine e i miei piccini” quei visini deliziosi che fanno sorridere e fanno riflettere, che ormai considero un po’ come figli miei…. Per dire alle volte il senso materno. Conquistano. Scaturisce un dibattito interessante fra madri, insegnanti, educatrici, studentesse e ricercatrici in materia, e anche un figlio.
Vengo a sapere, da una ragazza di Massa, che Irene Biemmi, una ricercatrice dell’Università di Firenze, si sta occupando proprio di sessismo e stereotipi nei testi scolastici, e ha pubblicato recentemente un libro di percorsi didattici per l’educazione al genere.
C’è tanta collaborazione al FBC, interesse, fermento. E’ auto-organizzato, indipendente, auto-finanziato. Eppure funziona. Si organizzano i turni di guardia, di cucina, di pulizia. Ci sono i seminari e la connessione wifi, la merenda e l’attrezzatura tecnica. Tempo fa leggevo qualcuno che scriveva che la partecipazione delle donne alle manifestazioni assicura più ordine. Non è la partecipazione passiva, è l’organizzazione attiva. Quando le donne sono a capo delle strutture, le strutture funzionano meglio!
Piena di questo spirito di sorellanza m’incammino per il viaggio di ritorno. Vicino alla stazione di porta nuova trovo una piccola créperia, le porte a vetri di ferro laccato bianco. Dietro al bancone c’è una signora con una treccia bionda, gli occhi scuri orlati di rimmel e le labbra lucide di rossetto scarlatto. Sembra un quadro di Manet. Davanti a lei tante piccole zuppiere ricolme di condimenti fatti in casa. Mi chiede come mai sono a Torino stasera e glielo spiego. Ha qualche difficoltà sulla parola blog: “Sai io il computer proprio non lo uso, non uso niente di quella roba lì, mescolo ancora con le fruste a mano. Ma feminist sta per femmine…vero?”
“Sta per femmine. E per femministe”
Va nel retro bottega e penso di essermela giocata per sempre. Riemerge, un bicchiere di vin brulé in mano, si siede su uno sgabello davanti a me: “Gli uomini italiani sono furbetti, perché hanno preso le conquiste delle donne e le hanno girate a loro favore e ora siamo più schiave di prima! Dobbiamo essere le migliori madri a casa e le migliori p*****e a letto, dobbiamo lavorare e dobbiamo crescere i figli! E’ tardi x cambiare la mia generazione, ma voi, potete far qualcosa!”
E mi racconta un po’ della sua storia, dei 18 anni quando è andata via di casa, della mansardina in cui abitava, del padre dei suoi figli che non c’era, e del suo figlio maschio che ha cresciuto come lei, aspirapolvere in mano, e vai a fare la spesa.
Me ne vado un po’ più rincuorata, il messaggio da quache parte, arriva.

Feminist Blog Camp

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Domani “Ma il cielo è sempre più blu” sarà al Feminist Blog Camp di Torino!
Ci vediamo alle 17:00 nella stanza 1, piano terra, del centro sociale Askatasuna a Torino, in Corso Regina Margherita 47.

Per ulteriori informazioni, anche logistiche, il sito del camp

http://feministblogcamp.noblogs.org/

A domani!

Dall’Annunciazione all’annuncio – Capitolo II

Il destino di Cornelia pareva poter essere sempre
sempre e soltanto quello:
o venir maltratta o venir istruita.
[Poirot sul Nilo - Agatha Christie]

Vi ricorderete senz’altro la campagna di reclutamento modelle vergini, di cui qui:
http://mailcieloesemprepiublu.wordpress.com/2011/05/30/dallannunciazione-allannuncio/
che aveva suscitato un vespaio d’interrogativi. Ora finalmente dissipati.

Qualche giorno fa, di buon mattino, mi reco alla fermata dell’autobus, eccellente luogo d’incontro casuale per milanesi abitudinari. Aspettando, mi cade l’occhio sulla signorina benvestita vicino a me. Posa fra il sexy e lo sfavato, spezzato grigio, capello biondo d’ordinanza, espressione infelice che ricorda vagamente il martirio di San Sebastiano. In calce, la signorina m’informa:
“Sono Monica lavoro in politica e non vado a letto con nessuno”
Ah.
Piacere, Alessandra, lavoro col video e non sono solita dare informazioni circa le mie abitudini sessuali a sconosciuti.
Mi accorgo che in alto a sinistra c’è la firma di quei volponi che cercavano modelle vergini, adesso capisco perché. La pubblicità-verità, ci mancherebbe. Ora sì che capisco le nobili intenzioni, peccato che partano, come sempre, dalla solita cialtroneria di fondo. Excusatio non petita accusatio manifesta. Si sa che le donne vanno avanti in politica grazie ad un’amministrazione sconsiderata dell’utero allora noi volponi facciamo una Monica diversa. E allora perché Monica sente il bisogno di giustificarsi, prima ancora di essersi presentata? E quanto è restrittivo quel “nessuno”? Cioè Monica non può avere una vita sessuale allegra? Siccome deve fare carriera allora c’è bisogno di votarsi alla sacra castità, sennò chissà cosa dicono? E se anche andasse a letto col capo per fare carriera, perché si presuppone sempre e comunque che sia da condannare Monica e non il suo capo, che si approfitta della sua posizione?
Non lo so. A me pare che fra la mentalità che partorisce questa campagna e quelli che al telefono dicono che “le ragazze sono tutte p****ane” non ci sia alcuna differenza.
Però questa campagna si chiama : Woman Evolution Campaign.
E sottolineerei Evolution. Che c’abbiamo messo 40 anni a farvi entrare nelle zucche che la verginità non è un valore e ora la ritiriamo fuori.
Sul suo sito il brand offre anche una puntuale descrizione del suo impegno nel combattere gli stereotipi di genere. Si legge:

Si strizza l’occhio, a voler semplificare, verso quelle donne che hanno il coraggio di essere se stesse, verso quelle donne che hanno cuore, cervello e attributi, verso quelle donne che rispettano il proprio corpo fino al punto di avere l’audacia di mostrarlo, verso quelle donne consapevoli che esprimere la propria femminilità non è un peccato. Una nuova forma di femminismo che rinnega il femminismo stesso. Si auspica una società nella quale le donne, che hanno il coraggio di essere se stesse, non debbano essere definite femministe ma solo donne.

Insomma, una nuova forma di femministe che ci faccia vedere le cosce senza rompere tanto le scatole.
Perché si sa, le foto della campagna ce lo mostrano: le Donne Vere sono (o devono essere) femminili, e bellissime.

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