Non c’è due senza tre!

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Signore e signori,
l’estratto del terzo capitolo dell’inchiesta:

 

Un annetto fa uno strano personaggio andava facendo domande bizzarre ai piccoli e alle piccole allieve di una scuola primaria di Palazzolo sull’Oglio. Il risultato di quelle estenuanti interviste è stato presentato a novembre negli incontri del ciclo “Dalla parte dei bambini e delle bambine”, alla biblioteca di Palazzolo.
Oggi, finalmente, visibile per chi non c’era, un estratto del documentario integrale.
Sono 7′, l’integrale dura 45′. Quasi 40′ tagliati via. Capirete le difficoltà di scelta…
Ho deciso di prendere poche domande, quelle in cui ho registrato le risposte più rappresentative dell’insieme. Quelle più particolari, più originali, più diverse dagli altri due capitoli. Come in tutti gli estratti, dentro a ogni domanda, ho dovuto cancellare alcune risposte, cercando di mantenere comunque il rapporto statistico della versione integrale.

Il documentario integrale al momento è visibile solo organizzando una proiezione dedicata. Fra qualche tempo, alcuni pezzi verranno inseriti nella riduzione centrifugata dei tre capitoli. Fra un po’ più di tempo, la versione originale sarà inserita per intero nel dvd che la conterrà insieme ai prossimi capitoli attualmente in via di realizzazione.
Portate pazienza, come diceva mia nonna.
Keep calm and stay tuned, come si usa dire su fb.

Ma il cielo è sempre più citato

corriere

Il corriere della sera di oggi, edizione Milanese, ospita un box su “Ma il cielo è sempre più blu” in un articolo di Elisabetta Andreis a proposito dell’importanza di un’educazione libera da stereotipi per contrastare, anche, la violenza sulle donne.
Notare che nella dida sono citata come Alessandra Ghisalberti. Che in effetti è molto più chic di Ghimenti. In toscana mi avevano storpiato il cognome solo, banalmente, in Chimenti. Da quando sto a Milano sono diventata: Ghisalberti, Ghimanti, Di Nenti, Ghidorzi, e financo Merighetti (che fa subito nordest produttivo).
L’importanza di chiamarsi con un cognome poco udibile.

Qui il pdf della pagina:
Corriere di Milano 23 febbraio 2014

Nemo propheta in patria?

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Ma dura in lui l’antico sangue
del monello di campagna

[Sergej A. Esenin - Confessione di un teppista]

Il notizione è che dopo 4 anni “Ma il cielo è sempre più blu” verrà proiettato ad Altopascio.
Ora potrei partire con la filippica a cui allude, con discrezione affatto polemica, il titolo del post; e tuonare contro tutti quelli a cui mi sono rivolta, enti culturali e politici autoctoni, che non mi si sono minimamente filati in questi 4 anni, ma sarò superiore, massì. Diciamo che avendolo già denunciato in tutte le proiezioni avvenute finora, può bastare. Ecco.
Ringrazio fin da ora la libreria “Gulliver”, e Ilaria Centoni, che mi hanno accolto da subito a braccia aperte e hanno organizzato questo evento. Domani pomeriggio, dalle 17.00 in poi. Fra tutte le proiezioni che ho fatto, questa è forse quella che m’inquieta di più, che non credo s’incomodi né il vitello grasso né il figliuol prodigo.
Qui sotto la deliziosa locandina!

altopascio

Già che siamo in argomento aggiungo che la proiezione del terzo capitolo girato nella provincia di Brescia, di cui presto sarà online un estratto, è stata interessantissima. Assistevano i bambini e le bambine intervistate, i loro genitori, le maestre, e anche illustri bloggers (Giorgia Vezzoli, che conduceva, e Lunatica da Un altro genere di comunicazione). Sono emerse riflessioni stimolanti.
Giovanna, la maestra che mi ha aiutato nella realizzazione del documentario, identificava uno dei nessi che lega l’importanza di un’educazione libera da stereotipi di genere, alla violenza sulle donne: il rispetto del No. E’ nella scuola che si può insegnare la stabilità del rifiuto, sia da parte di chi lo attua, sia da parte di chi lo riceve. Educare le femmine ad essere cedevoli, troppo accoglienti, e i maschi a passare sopra ai rifiuti, forti della loro dovuta dominante, può gettare i semi di una mentalità che sfocia nella legge del più forte, che vede le femmine come il sesso debole, il genere da proteggere e anche da aggredire.
Lunatica invece era stupita dell’importanza che i bambini e le bambine danno, ancora oggi nell’era della tecnologia, alla forza fisica. E’ vero. Fintantoché i parametri di valore e di relazione saranno basati sulla prestanza fisica (peraltro stereotipata) non si cambierà niente. E del resto, nella vita reale, nei nostri rapporti di lavoro, di studio, nel tempo libero, quando mai sono importanti le prestazioni fisiche? Vi capita di fare colloqui sollevando pesi? Perché poi ci si incrosta ancora a pensare che la femmina ha bisogno sempre e comunque di un maschio che la protegga e le faccia strada?

Concludo con un po’ di lusinghieri aggiornamenti. (faccinachesorride)

“Ma il cielo è sempre più blu” è citato nel libro “C’è differenza” (FrancoAngeli, 2013) di Graziella Priulla, sociologa, docente all’Università di Catania. L’ho scoperto per caso, su segnalazione di un’amica! Nella foto il momento del ritrovamento.

priulla c'è differenza

E: oggi, sul Corriere della sera, trovate un mio trafiletto a proposito della sciopero delle donne, i contenuti sono più o meno quelli che ho scritto nello scambio di mail avvenuto fra le LUDdiste, parzialmente riportato da Lea Melandri su Zeroviolenzadonne

corriere x scioxo

Non c’è due senza tre

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Ci siamo.
E’ fatta.
Il terzo capitolo è pronto.
Giovedì 14 novembre uscirà ufficialmente da questo computer e sarà proiettato davanti ai suoi protagonisti: i bambini e le bambine della scuola primaria “San Rocco” di Palazzolo sull’Oglio, provincia di Brescia.
Il comune di Palazzolo organizza un ciclo di incontri a tema “Dalla parte dei bambini e delle bambine” alla biblioteca civica “Lanfranchi”, ed è lì che vi aspetto, alle 20.45. L’incontro sarà guidato da Giorgia Vezzoli, una delle persone senza le quali questo terzo capitolo non sarebbe nato.

dalla_parte_delle_bambine

E da qui parto a pioggia per rigraziare la preziosissima maestra Giovanna B., che mi ha scarrozzato, guidato, aiutato, e infuso un sacco di energia; la dirigente Cassarino che mi ha gentilmente ospitata, e Stefano V. grazie a cui è partito tutto. E poi tutti i bambini e le bambine che mi hanno accolto, che mi hanno fatto sorridere, che mi hanno scrutato con sospetto e curiosità, che pazientemente si sono prestati a rispondere tutte le domande, e che mi hanno intrattenuto durante un pranzo alla mensa più formativo di 40 briefings. E i loro genitori, che si sono fidati con tanta generosità, e la madre del bambino influenzato che l’ha portato a scuola solo per me durante l’intervallo! E poi tutti i maestri e le maestre, che hanno interrotto le loro lezioni per le mie interviste, e tutto il personale della scuola, il cui aiuto è sempre indispensabile. E per finire il comune, e tutta l’organizzazione di questo incontro.

Concludo con qualche anticipazione. Un assaggio delle risposte più imprevedibili ascoltate in questo terzo capitolo…

Bambino, 8 anni.
– Come ti vedi da grande?
– Riuscirò a prendere le cose in cima agli armadi.

Bambina, 7 anni.
– Ti piacerebbe essere un maschio?
– No.
– Perché?
– I maschi hanno sempre caldo.

Bambino, 6 anni.
– Come sono i maschi?
– Fumano.

Bambina, 9 anni.
– Perché ti piace essere femmina?
– Per come mi trattano i miei genitori.
– E come ti trattano i tuoi genitori?
– Con cura.

Aggiornamenti di un’estate produttiva

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elle kids

Ancora qualche passetto.
L’inchiesta aggiunge nuovi capitoli! Il terzo, realizzato nella scuola elementare di Palazzolo sull’Oglio (Bs), sarà presentato il 14 novembre proprio a Palazzolo. Prossimamente vi darò i dettagli. Fra i bambini e le bambine intervistate anche una futura calciatrice…
Il quarto capitolo invece verrà girato a Paestum, subito dopo il convegno nazionale. Non vedo l’ora.
All’orizzonte si stanno profilando nuove proiezioni, e ulteriori capitoletti, incrociamo le dita.

Nel frattempo “Ma il cielo è sempre più blu” conquista nuovi spazi!
Il 13 febbraio su Reteconomy, canale 816 di Sky, è andato in onda un pezzetto del documentario, ospite della trasmissione “50 sfumature di rosa” sugli stereotipi di genere. Per chi (come me, ma non scriviamolo troppo forte) se lo fosse perso, le puntate saranno replicate dal 2 all’8 settembre, visibili anche in streaming.
Online la clip del passaggio in tv con i commenti delle esperte Patrizia Romito e Caterina Grego.

reteconomy
Dulces in fundo: di nuovo su Elle! Nell’allegato Elle Kids di settembre nell’inchiesta sui pregiudizi sessisti di Monica Piccini “Una rivoluzione di genere”, trovate il trafiletto, che vedete nella foto sopra, dedicato alla mia inchiesta! Lo trovate in edicola fino a metà settembre, insieme ad Elle, edizione in A4.

A presto con i nuovi sviluppi!

ps
“Ma il cielo è sempre più blu” compare su L’Espresso! Lo cita Monica Martinelli a proposito dell’importanza dell’educazione nella lotta agli stereotipi, in occasione del lancio della sua casa editrice Settenove. Trovate l’articolo per intero nella Rassegna stampa.

E te dove vai in vacanza?

Non leggo mai trattati di economia politica
Comunque se mi toccano
dov’è il mio punto debole
divento incandescente
[Una vipera sarò - Giuni Russo]

aereo

No, io in vacanza non ci vado. Ho preferito risparmiare in previsione dell’inverno rigido che mi aspetta. Cheppoi le vacanze d’estate sono carissime e dappertutto trovi un sacco di gente e non te le godi. E le vostre foto di lidi cristallini, che m’inondano la home di facebook, sono acerbe.
Ho approfittato dei tempi morti, e sono scesa al paese avito, per sbrigare le robacce burocratiche e fiscali che rimando sempre, nell’incapacità assoluta di capirci qualcosa. Così sono passata dal commercialista, dall’ufficio postale, ho fatto un salto veloce all’anagrafe, una telefonata in questura, e una al call center dell’INPS.
E dunque ho pagato le imposte per il passaporto, l’iva, la nuova tassa per i crediti, e sto attendendo trepidante il salasso della gestione separata. Insomma, sto dilapidando l’equivalente di una settimana a Zanzibar.

Alla posta sono passata 3 volte, perché dovevo estinguere un conto. Mi hanno detto che alla terza volta avrei finalmente riscosso gli interessi e risolto tutta la pratica. E invece il conto non si può ancora estinguere, però intanto devo pagare 20€. A quanto pare i miei risparmi, accumulati in 32 anni di regali delle nonne e oculatissima gestione dei guadagni, risultano, agli occhi del signor Mario Monti, un indice di opulenza. In effetti, benché da 3 anni risparmi per comprarmi un’attrezzatura che mi permetta di lavorare meglio, con la stessa cifra potrei acquistare mezza lampada Flos, fulgido esempio di lusso fine a sé stesso. Come la settimana a Zanzibar di cui sopra.
Evabbe’. Paga la tassa, usufruisci dei servizi. Si sa.

Così sono passata dal commercialista, quella figura professionale alla cui misericordia mi voto nei momenti di disperazione da CUD. Dice che ora sono una partita iva, e devo pagarmi i contributi da sola.
- Per cosa li pago i contributi? Per una pensione che non avrò mai?
- Li paghi per la scuola e per l’assistenza sanitaria, cose di cui hai usufruito da sempre.
E’ vero. A febbraio, per esempio, sono stata dall’oculista. Ho atteso 6 mesi per avere una visita. Quando sono arrivata avevano fatto dei casini coi nominativi, così ho dovuto aspettare un’altra oretta. L’oculista in compenso è stata velocissima: in meno di 10′ mi ha sistemato. Le ho chiesto che problema avessi e mi ha detto che mi era peggiorata la miopia.
Peggiorata? ho chiesto io, che leggendo gli ingredienti della crema Neutrogena a 1m e mezzo di distanza, ho sempre pensato di avere delle diottrie in più.
Peggiorata! mi ha risposto secca lei. La miopia non viene dal niente, signorina. E’ appunto per questo, le ho risposto, ma non mi ha dato tempo di finire.
- Allora non ci siamo capite signorina, lei era già miope prima, e ora è peggiorata! -
E ha compilato in fretta la prescrizione degli occhiali.
Talmente in fretta che ha invertito gli occhi, e quando ho portato la ricetta dall’ottico ho dovuto sborsare altri 70€ per rifarmi il controllo della vista. Ma sono stata contenta, perché è stata una visita accurata e attenta, più di quello della dottoressa del servizio sanitario regionale toscano.
L’ultima cosa che ho fatto, prima di partire da Milano, è stata mutuarmi in Lombardia.

Che comunque la Toscana è una regione attenta eh, pare abbia lo stato sociale migliore d’Italia. Addirittura stanzia dei fondi per i giovani che vogliono andare a stare per conto proprio. Te cambi residenza e la regione ti paga una quota dell’affitto. Purché che tu rimanga in Toscana. Così almeno rifocilli le tasche dei padroni di casa autoctoni, i cui appartamenti esosi, altrimenti, rimarrebbero sfitti, e sarebbe un peccato…
Insomma dovrò sborsare un sacco di soldi, pagarmi i contributi, e anche l’affitto, ma in cambio qualche servizio mi verrà dato, magari un domani, quando saremo messi meglio. Epperò c’è quella storia del pulmino che continua a frullarmi in testa.
Il commercialista nel frattempo mi ha richiesto un codice, un numeretto, una roba piccola e importante dell’INPS. Una di quelle cosine che infilo nel comodino, che vedi mai che un domani tornino utili. Come tutto ciò che riposa in quel casetto. Come i semi di cactus, lo scontrino della torta del mio 5′ compleanno, il righello preferito di quando non andavo ancora a scuola, i biglietti d’auguri di chi non c’e più, 50€, le bozze di racconti epistolari mai scritti, i rosari, gli assorbenti, 3 origami, un mazzo di carte, un dado con scritto “togli”, il biglietto di una commedia che avevo visto con la mamma, le istruzioni dei pattini che ho schiantato 10 anni fa. Tutti i ricordi che ho trovato sepolti in quel cassetto. E’ stato emozionante ripescarli. Ora devo solo trovare le parole giuste per spiegare al commercialista che penso di aver perso quel maledetto numero.
Per rimediare ho chiamato il call center. Mi ha risposto una ragazza che mi ha detto che quel numero non esiste. Il commercialista lo ritiene indispensabile, i miei amici dicono che deve esserci, ma al call center giurano di non averlo mai visto. Mi sono rivolta a un sindacalista. Dice che al call center ci mettono gente a progetto, sottopagata, demotivata, delocalizzata. Gente che non può sapere. Come sempre. Solo che io ora a chi lo chiedo?

Si diceva dei servizi.
I servizi di cui usufruisco, al momento, sono soprattutto quelli giornalistici. Ne godo i benefici ogni giorno, almeno due volte al giorno, solitamente durante i pasti. Mi raccontano di persone, ricche, con professioni ben pagate, che si riuniscono, fanno clamore, gridano allo scandalo, promettono guerre civili, e monopolizzano i media con la triste storia di un evasore fiscale, milionario, plurindagato, che ha fatto il bello e il cattivo tempo per 20 anni in questo Paese, e che ancora lo tiene in mano; che ha frodato il fisco arricchendosi per un bel po’, ma che ancora, lui, si rifiuta di pagare.
Io invece non posso esimermi, se voglio godere dei “servizi” di questo Paese. Per il momento, più che altro, non ho goduto delle vacanze. Ma non voglio stare qui ad elencare i miei sacrifici di formichina parsimoniosa, che poi piange la Fornero (la quale, già che c’era, ha proposto di portare l’aliquota per la gestione separata al 33%).
E’ che mi torna in mente una filastrocca di Rodari. In effetti, la cicala, non ha poi tutti i torti.

Immaginando immagini migliori

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Meritava.
Meritava strapparmi via dal mare per tornare nella cementatissima Milano. Ieri, alla stazione, accarezzata dalla brezza del tramonto, ho avuto un momento di esitazione. Menomale che per una volta nella vita ho usato il raziocinio.

All’entrata mi forniscono una brochure con il decalogo da seguire in caso di stalking. Sono informazioni utili e necessarie, mi lascia solo perplessa la 10:
“Ricordati che se sei vittima di una violenza ed hai figli minori, è tuo dovere tutelarli”
Solo mio? E il padre?
Anche sulla 3 avrei delle riserve:
“Se ti accorgi di essere seguita, dirigiti immediatamente verso un Ufficio di Polizia, non fare rientro a casa”
Giusto, ma inattuabile. Sono stata seguita più volte, ma non mi è mai venuto in mente di aprire la cartina per cercare con dovizia la stazione di polizia più vicina. Ho cercato sempre di seminare lo stalker, di raggiungere prima possibile un luogo protetto, inaccessibile, o una zona frequentata.

La conferenza si apre un po’ in ritardo, ma si tiene su un ritmo vivo, interessante. Si parte con le belle notizie. Giusi, una dipendente Rai di cui non ricordo il cognome, annuncia che la presidente Tarantola ha tolto dal palinsesto Miss Italia, e L’Isola dei Famosi.

Francesca Garisto, un’avvocata che collabora con la Casa delle Donne Maltrattate, sottolinea che una donna vittima di violenza, è una donna che perde le relazioni, il lavoro, la vecchia storia dell’empowerment, insomma. I figli che vedono la violenza probabilmente la reitereranno nelle loro famiglie future. La violenza è la prima causa di disabilità e morte nelle donne fra i 16 e i 40 anni. Più della malaria, più degli incidenti d’auto.

Massimo Guastini, parla di una campagna in cui un comitato scientifico si propone di monitorare la pubblicità, sia quella offline che quella online, dividendo a seconda del messaggio veicolato (ti discrimino, ti uso, ti emargino,..) con le donne e alle donne. Esiste una zona grigia indefinibile, che non usa richiami alla violenza o alla discriminazione, che è difficilmente sanzionabile, ma che contribuisce comunque a creare quell’immaginario di mercificazione e di svilimento della donna. E il problema non è solo la pubblicità, ma i media, in generale. La tv, in prima linea, quella pubblica, e quella privata, per cui non esiste una disciplina. Comunicare senza il nudo volgare è possibile, perfino per pubblicizzare il wonderbra.

Susanna Camusso si sofferma sul bacchettonismo, sotto vari punti di vista. Mettere in guardia le giovani donne sul modo di vestirsi, sui comportamenti morigerati da tenere, è un’aggressione sottile che viene perpetrata proprio da chi si propone di cambiare l’immagine e la considerazione della donna.
Bisogna poi essere laiche, se una vignetta è brutta su “Libero”, è brutta anche se è su “Il fatto quotidiano”. Ridere alle battute becere e grevi incrementa quel pensiero per cui:
“tu sei solo un’esposizione, e il modo di raccontarti lo decido io”

Dulces in fundo parla Laura Boldrini, un intervento lungo, vivo, vero, a volte velato di ironia, a volte di emozione e di amarezza. Parte con la consueta generosità, umana e gentile. Ringrazia la platea, le tante donne e i pochi uomini. Rimarca come sia importante invece la presenza degli uomini a queste iniziative, perché la violenza sulle donne non è un problema delle donne. Fa un accenno, come molti prima di lei, all’insulto ignobile rivolto alla Ministra Kyenge.
Parte da sé, come sempre, racconta dell’incontro con i genitori di Fabiana Luzzi
Cita l’Accademia della Crusca, che ha riconosciuto la correttezza lessicale del termine femminicidio. La cultura è importante, come l’educazione. Curare il linguaggio, fornire gli strumenti, ai ragazzi e alle ragazze, per stimolare il senso critico verso le immagini.
Ricorda poi che le prime disposizioni per regolamentare l’immagine della donna nel media risalgono al 1989. Nel 2008 l’Europa ci ha chiesto di intervenire per ridurre gli stereotipi di genere riverberati dai media. L’Europa, che solitamente viene scomodata solo per giustificare provvedimenti finanziari spericolati.
Patricia Scotland, nel suo mandato da ministra dell’Interno del Regno Unito, stabilì dei protocolli a livello di amministrazioni locali che ridussero la violenza sulle donne del 64%. Protocolli attuati a costo zero.
Conclude ricordando che denunciare le immagini, le parole, degradanti rivolte alle donne non è censura moralistica, ma è una battaglia per l’inviolabilità della persona.

L’incontro termina, il pubblico si alza, i fotografi e le fotografe si accalcano vicino al palco. Mi alzo, pacata, ostentando equilibrata soddisfazione. Per una volta non devo spalmarmi in terra a riprendere nella frenesia. Non ho voluto portarmi dietro la videocamera, che o si vive o si scrive, preferivo godermi l’incontro, tranquilla. All’arrivo della presidente avevo già il cellulare in mano cercando febbrilmente una messa a fuoco degna.
Mi avvicino anche io al palco, e in un impeto di sfacciataggine consegno il dvd nelle mani eleganti della terza carica dello Stato. Mi guarda e mi ringrazia. Le spiego in 3 parole (tre) cos’è. Non so se riuscirà mai a trovare il tempo di guardarselo, ma mi sembrava opportuno mostrarle quel piccolo mondo silente che ho visto io…

Ultima polka a Manarola

Ci scusiamo per il disagio
[Trenitalia]

ombrelloni

In quel tempo le donne si recarono al sepolcro e vi trovarono affisso un cartello: “Chiuso per ferie. Sono in apparizione alle 5 terre”. Dev’essere andata così. Altrimenti non si spiega l’abnorme afflusso di pellegrini su questo treno trasformato per l’occasione in un carro bestiame. Mi arrampico per accaparrarmi almeno un posto a sedere. Dovrò starci seduta, senza aria condizionata, per parecchie ore.
I miei compagni di viaggio sono due trentacinquenni inglesi, uno indossa una t-shirt CCCP e legge assorto, l’altro in un brizzolato curatissimo scruta la biografia di Barbara Streisand; a determinati segnali telepatici alzano il viso e si guardano commentando con sorrisi sardonici i gitanti che affollano imprecando il corridoio del treno. Sono gli unici, in 8 vagoni, che non sudano.

Prima stazione. Sale una gita di pensionati dell’Inps che s’incastra negli interstizi lasciati liberi fra la mandria di adolescenti e le giovani coppie con prole.

Seconda stazione. I pensionati fanno amicizia con le giovani coppie con prole e cominciano a lamentare dolori alla sciatica. Gli inglesi si guardono, sorridono, scuotono il capo e si rituffano nella lettura. I pensionati surriscaldati fanno spalancare i finestrini del vagone. Gli inglesi non alzano gli occhi dal libro. Fra i pensionati si diffonde la notizia che il nostro finestrino è bloccato.

Terza stazione. Il treno non riparte. Un’anziana signora propone di scendere alla prima delle 5 terre per porre fine a questo strazio. Alcuni dissidenti rilanciano con la seconda fermata che magari c’è meno gente. Si discute democraticamente la proposta che viene bocciata dopo i successivi 15 minuti di sosta del treno. Quando la locomotiva ricomincia a sferragliare gli anziani gridano la loro indignazione in relazione alla necessità del treno di fermarsi alle prossime 14 stazioni e avanzano l’ordine di non fermarsi impedendo così ad altri passeggeri di salire: che siamo gia carichi al massimo e Mara non intende abbandonare la sua postazione di appoggio alla porta che le consente di scaricare il peso del baricentro a terra senza gravare sull’anca già compromessa.

Quarta stazione. Tafferugli nel corridoio. Un gruppo di stolidi nipponici cerca di colonizzare i gradini dietro le porte scorrevoli. I pensionati compatti gridano il loro orgoglio partigiano e invocano l’azione coatta del controllore per dissuadere i giapponesi dall’attacco. Il controllore si appella all’uguaglianza fra gli uomini postulata dalla dichiarazione dei diritti dell’uomo e dalle rivoluzioni sociali moderne. Si teme il linciaggio. Alvo grida a Mara di mantenere il presidio. Un cinquantenne partonepeo lampadato aggancia la moglie al braccio e la lancia sul treno. Un leghismo soffuso scardina l’odio razziale verso gli orientali, che, ragionevoli, decidono di arrembare il prossimo treno. Le porte si chiudono. L’Inps tira un respiro di sollievo. Una signora dagli occhi a mandorla fotografa l’accaduto. Il treno riparte lento sotto il sole battente. Gli inglesi si guardano sornioni, tifando silenziosamente per l’eleganza Edokka.

Graziano decide di tirare su il morale della ciurma e ricorda all’equipaggio che gli ebrei stipati nei treni per i lager hanno subito disagi peggiori. Scorro rapidamente le immagini strazianti di “Se questo è un uomo”, mentre odo Fernanda rispondere che gli ebrei non l’avevano mica deciso loro di andare in gita ad Auschwitz per il week end. Il nervosismo comincia a serpeggiare fra gli attempati passeggeri seminando germogli di discordia:
– Come stai?
– Se fossi appoggiato come te starei in paradiso.
E’ giunto il mio momento. Sopra di me oscilla come un’amaca un ometto simpatico aggrappato al portabagagli con tenacia tarzanesca. Gli chiedo se vuole sedersi al mio posto. S’irrigidisce pieno di contegno:
– Vede signorina quando cominciano a dirmi queste cose vuol dire che sono vecchio. Non si preoccupi. Sto comodo così. -
Per la cronaca era quello che prima lamentava la mancanza di un punto d’appoggio. Questa gente ha davvero ricostruito l’Italia.

Undicesima stazione. La prima delle 5 terre. Gli anglosassoni senza scomporsi tirano giù dalle traversine due trolley laccati blu, li fanno rollare fino alla porta ed escono. Tutto senza il minimo contatto. Mi salutano e gli auguro buon viaggio. I pensionati si avventano sui due sedili. Molti passeggeri abbandonano la nave creando provvido spazio vitale. La gita dell’Inps ormai quasi completamente seduta decide di compatta di scendere a Monterosso depennando dal palinsesto la passeggiata sul sentiero dell’amore, che dopo 30 di matrimonio non è più necessaria, e la visita alle altre 4 terre. Il programma prevede unicamente il ristoro in trattoria. Fernanda borbotta che per cena sarà sufficiente scongelare il brodo. Mi volto verso il mare azzurrino da affettare. Nando si accomoda accanto a me dopo aver vinto il posto ad una rapidissima mano di ramino:
– La signorina è alta, nevvero?
– Abbastanza: ummetresettantasei.
– Lo vedo dal femore
– …prego?
E così novellando vien del suo buon tempo quando ai dì della festa egli si ornava ed ancor sano e snello solea danzar la sera intra di quelle che si rivelavano essere sempre delle nane, così si vide costretto ad affinare l’istinto di sopravvivenza imparando a calcolare l’altezza dal femore, facilmente valutabile anche da sedute. Un’arte che è sopravvissuta al tempo e a 40 anni di vita coniugale. Colgo l’occasione per alzarmi invitando così gli ultimi sopravvissuti a sedersi:
– Mannò signorina stia, si figuri…
– Insisto, tanto scendo..
Al mio posto si accomodano in 3.

Quindicesima stazione. La gita toglie le tende. Mi salutano ridanciani dandomi appuntamento per il ritorno. Sorrido accondiscendente e riparto verso la stazione centrale di Milano…

Al mio segnale scatenate l’inferno

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Erano i capei d’oro a l’aura sparsi
che ’n mille dolci nodi gli avolgea,
e ’l vago lume oltra misura ardea
di quei begli occhi, ch’or ne son sì scarsi
[Petrarca - Sonetto XC]

Festa della Liberazione a Milano,la manifestazione e i comizi in Piazza Duomo

Laura Boldrini.
E giù polemiche.
Le parole “laura” “boldrini” hanno in questi giorni sostituito i normali input di conversazione quali “mah questo tempo?” e “ciao come va?”, e producono lo stesso effetto imbizzarrente di “Frau Blücher”.
Abbiamo letto in tanti l’articolo di Concita De Gregorio in cui la nostra presidente della Camera parlava delle aggressioni sul web. In tanti invece hanno preferito leggere solo il titolo, e/o hanno desunto da questo contenuti che non c’erano. Lo stesso giornale che pubblicava l’intervista, creava una galleria dedicata con commenti di vari personaggi, e muragliate di tweet indignati, circa le presunte “auspicate censure” che Laura non aveva mai postulato. Molti blog oggi cercano di demistificare la notizia, ripulendo le parole della presidente da ciò che le è stato attribuito. La responsabile del putiferio è la titolazione arbitraria che avviene nei giornali. I titoli non vengono quasi mai scelti da chi scrive l’articolo, e seguono le linee guida dettate dalla direzione, in funzione degli scopi che ci si prefigge pubblicando quel giornale. Quindi, quando il titolo è pelosetto e combacia poco col contenuto, fatevi delle domande. Consiglio a tutti la divertita campagna che Luca Sofri sta conducendo sul suo twitter, collezionando titoli sensazionalistici come se fosse fantacalcio.
Recentemente era anche stato messo in evidenza come il titolo di un articolo in cui Laura Boldrini condannava l’attenzione pruriginosa al suo privato, facesse leva proprio su questa stessa morbosa attitudine.
Ma in tutto questo gran cicaleggio sono passati sotto silenzio gli argomenti chiave che la presidente cerca di portare alla ribalta, ed è in questa proposta che consiste, a mio parere, la sua portata rivoluzionaria.
Laura parla di donne. Di donne vere. Come lei.

A me Laura Boldrini piace. Lo dico chiaro e tondo prima che certa intellighenzia di sinistra cominci con i suoi “Sì ma”, ché l’avere riserve (non meglio esplicitate) verso il personaggio politico del momento è una delle pose più chic di certi salotti.
Nella tanto blasonata intervista, la Presidente della Camera dichiara:

“Non è una questione che riguarda solo me. Ci sono due temi di cui dobbiamo parlare a viso aperto. Il primo è che quando una donna riveste incarichi pubblici si scatena contro di lei l’aggressione sessista: che sia apparentemente innocua, semplice gossip, o violenta, assume sempre la forma di minaccia sessuale, usa un lessico che parla di umiliazioni e di sottomissioni.
Mi pare molto grave, molto pericoloso che si diffonda in rete una cultura della minaccia tollerata e giudicata tutt’al più, come certi hanno scritto, una “burla”. Mi domando che effetti profondi e di lungo periodo, fra i più giovani, un’immagine così possa avere.”

Nel suo intervento del 25 aprile a Milano ha detto:

“Con la liberazione dal fascismo ci siamo liberati, lasciatemelo dire, dalla celebrazione della virilità, del maschilismo, dalla riduzione della donna a madre e sposa”

Voi, questa parte del discorso, l’avete letta su qualche giornale? L’avete vista in qualche video? Qualche media vi ha fatto sospettare della sua esistenza? La potete sentire coi vostri orecchi, dal video che ho realizzato io, col figofono (la qualità è pessima eh)

 

Come mai tutte gli aspetti che riguardano le donne, vengono passati sotto silenzio? Perché vengono considerati di minor importanza? A meno che, naturalmente, colei che ne parla non sia già stata etichettata come “femminista”, un bollino rassicurante come quello giallo dei “bambini accompagnati” sui film, che avvisa l’utente che i contenuti sono di parte quindi può cambiare canale o può dare un valore pregiudiziale a ciò che viene detto. E sia chiaro, le femminista sono femministe. Cioè si occupano solo di donne. Non è che sono anche professioniste, politiche, registe, artiste, filosofe, dirigenti, presidenti, insegnanti, bariste, scrittrici, o chessò io. Sono femministe. Sanno solo di quello, si sono formate su libri di parte e hanno il diritto di parlare solo di quello. Io mi presento sempre come femminista, perché sono fiera di esserlo e voglio sgretolare la demonizzazione che è stata fatta di questa bella parola. Ma mi urta parecchio quando alla fine di ogni mio discorso c’è sempre qualcuno che mi dice “vabe’ ma te sei femminista”. Le femministe, e le donne, non sono una categoria a parte, da trattare con le pinze. Sono individui della società, che la portano avanti occupandosene su più fronti, secondo le caratteristiche e le specifiche di ognuna, alcune con più coscienza di ciò che sono.

E’ vitale quel partire da sé che ci mette in contatto con noi stesse, liberandoci di tutto ciò che ci viene appiccicato, ed evitandoci di appiattirci su un neutro convenzionale, cheppoi è declinato al maschile.
Ecco, è anche per questo che Laura Boldrini mi piace. Perché porta sé stessa, senza inquadrarsi in sovrastrutture. Perché s’insedia alla camera con la maglietta “inadatta”; perché comincia un’intervista dicendo che ha acquistato la giacca a 15 € dai cinesi; perché va alla mensa senza preoccuparsi del fatto che nessuna carica istituzionale ci ha mai messo piede prima; perché non manca mai di raccontare di sé, della sua esperienza, di ciò che ha visto nei campi profughi; perché non si è scordata dei suoi riferimenti; perché non ha paura di parlare di donne, né di tuonare contro l’atteggiamento subdolamente denigratorio della stampa; perché riflette sulle radici che stanno alla causa del femminicidio, senza strombazzarlo facendoci apparire solo vittime; perché comincia ogni suo discorso salutando “tutti e tutte”, indice di una cura, di un tempo impiegato a pensare a chi ascolta, che non è da tutti/e; perché non è “mansueta”; perché ha la responsabilità del suo posto, ma non ci si fa mettere. Eppoi anche perché incarna finalmente una bellezza altra, polverizzando in un colpo solo 3 stereotipi: la bella perché magra, la bella ma scema, la politica incartapecorita. Non è da sottovalutare questo aspetto, di fronte alle orde di ragazzine costrette a cercarsi dei modelli che non escono quasi mai da queste 3 gabbie.
Insomma a me Laura piace, perché la sento vicina, perché la vedo un po’ come me.
A tal proposito sento di dover aggiungere anche un altro motivo. E’ che anche lei ha i capelli lisci ma gonfi, proprio come me. E mi piace l’idea che la Presidente della Camera abbia i miei stessi problemi quotidiani.

Google o dell’andar occhieggiando

donne sfondo

Anche se non scrivo molto sono comunque attiva. E, anche se non dovrei dirlo, consulto spesso le ricerche assurde che impostate su Google e che vi menan qui. Fra i vari insulti, i consigli, i quiz cinematografici, le ricerche di stampo più o meno onanista, e financo le delicate dediche e le poesie (chiunque tu sia: grazie), spicca:

“cerco letto matr usato in ferro battuto caporali modello albero della vita”

In assoluto la mia preferita. Come avranno fatto ad arrivare fino a qui? Un enigma da Voyager. Fra i referenti dei siti spunta invece l’amministrazione del forum della Lines. Lusingatissima.

Mi riallaccio a questo per raccontarvi l’esperimento che ho “condotto” l’altro giorno. Ho googlato fra le immagini la parola “Donne”:
Risultati:
La maggior parte sono fote patinate di bellone varie, sempre poco vestite e/o in pose provocanti. L’origine riporta spesso a siti in cui si disquisisce di tronisti, o siti in cui si parla dell’immagine danneggiata delle donne in tv. L’immagine che risulta però è la stessa.
Ai primi posti della ricerca ci sono locandine che pubblicizzano, con immagini forti di donne ferite, iniziative contro la violenza sulle donne. E’ encomiabile e importante che sia così visibile questa lotta. Ma le immagini che si leggono sono immagini di vittime. Fa pensare.
Sempre nelle prime righe ci sono poi primi piani di donne famose: Meryl Streep, Marilyn Monroe, Maria de Filippi. Tutte varie coniugazioni del nome Maria, ma l’originale, stranamente, non c’è.
E poi risultati vari: un uomo truccato da donna, bianchennero di gruppi di signore anni ’50, qualche dipinto, e un dettaglio di una bocca che morde una tavoletta di cioccolato.
Tutto molto sibillino, no?

Impostando come criterio di ricerca “donna” invece si accede a dei risultati più personali. Dove cioè le donne sembrano soggetto, più che oggetto di dialogo, di desiderio, di informazione o di speculazione. Sono prevalentemente foto di ragazze e donne, tutte abbastanza rinfighite (ma chi non si mette pose plastiche sui vari profili? Dai), però ragazze normali. E oltre a come si ritraggono c’è una vasta carrellata di come vorrebbero essere ritratte, immagini tratte da dipinti, statue, disegni, foto delle donne più famose (attrici, cantanti, scrittrici, politiche, manager), qualche foto “neutra” di quelle che si mettono di corredo agli articoli che parlano di argomenti “femminili”, ma pochissime pose seducenti, (fra gli ultimi risultati) e quasi esclusivamente primi piani.

A proposito di immagini e di donne. C’è un bel progetto fotografico che analizza proprio le varie donnità che si chiama “Essere donne”, portato avanti autonomo e indipendente (leggi: senza finanziamento né sponsorizzazioni) da una giovane fotografa milanese. Ho partecipato anche io ed è stato bello, divertente, e energizzante!

Ma a parte tutto questo volevo aggiornarvi: “Ma il cielo è sempre più blu” sta andando avanti! Ho girato un nuovo capitolo in una scuola della provincia di Brescia. Sarà presentato a novembre a Palazzolo sull’Oglio, il paese che mi ha generosamente ospitata, cheppoi è anche nientepopodimenoché il luogo natìo di Giorgia Vezzoli.
E intanto continuano le proiezioni dei capitoli già finiti.
Il 17 aprile sarò all‘Alveare di Milano, ospite del corso sul femminismo tenuto da Lea Melandri.
Il 26 aprile sarò a Torino, ospite del convegno “Culture indigene di pace”.
Il 10 maggio invece sarò a Bologna, alla Libreria delle Donne.
Sulla sezione proiezioni di questo blog potrete trovare tutti gli aggiornamenti relativi alle passate e prossime presentazioni.

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