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In principio fu il verbo.
Sparecchia, mi pare.
Voce del verbo “sparecchiare”, presente indicativo, terza persona singolare, femminile.
Da piccola mi sono sempre chiesta per quale ragione mio fratello fosse generalmente esonerato dalle faccenduole casalinghe. Te sei una femmina, e lui è un maschio. Ah. Forse c’era qualcosa nell’impugnatura dell’aspirapolvere, magari è anatomico solo per le femmine.
Eppoi c’erano i mobili di barbie. Tutti rosa.
E le bambine che per carnevale si vestivano da principesse, e i bambini da zorro, i ragazzini da punk, le ragazze da niente, e io da giullare. La mia mamma ci teneva molto al vestito originale che aveva confezionato. Io avrei dato un braccio perché il cappello rosso tripuntuto con le campanelle desse nell’occhio solo qualche decibel meno.
E c’era la perniciosa questione del punto croce, che proprio non mi dava soddisfazioni. Della cucina, per cui non avevo passione. E del fatto che i bambini volevano fare l’astronauta o il pompiere, e le bambine solitamente le attrici o le ballerine. Che i maschi in classe erano quasi sempre “agitati”, e le femmine tutt’al più “chiaccherone”. Che la massima aspirazione per una donna era poter stare a casa con i figli. Che io ero fortunata, perché la mamma, anche se a volte si lamentava poiché “anche la casalinga è un lavoro, però non è pagato”, poteva stare a casa con me; invece le altre mamme dovevano andare a lavorare. Dovevano. Che tutti mi dicevano che ero “femminista”, e non capivo precisamente cosa volesse dire ma sicuramente mi riscattava dall’essere così poco “femminile”.
E poi tanti anni dopo, una sera d’estate ho cominciato a leggere “Ancora dalla parte delle bambine”, di Loredana Lipperini. E allora ho un po’ capito.
E tutto è cominciato da lì.
Mi sono chiesta se tutto quello che c’era scritto fosse vero. Ho chiuso il libro, la porta, e il cancello, e ho bussato al portone della mia vecchia scuola elementare. L’ho chiesto a loro, a quelli che scorrazzano per i corridoi 20 anni dopo di me. Mi sono portata dietro la mia videocamera, li ho fatti sedere davanti all’obbiettivo, uno per uno, circa 40 fra bambini e bambine, 5 per classe.
Che cosa vuoi fare da grande? Perché? C’è differenza fra maschi e femmine? Che differenza c’è? Chi si occuperà dei figli nella tua futura famiglia? Una donna/un uomo senza figli può essere felice?

Ho deciso che non mi bastava. In fin dei conti, il mio paesello, non è tutto il mondo. Ho deciso di chiederlo in giro. Nelle città. Nelle province. A nord. A sud. Al centro. E’ quello che voglio fare.
Un’inchiesta video, che ci faccia capire come i bambini percepiscono la donna, il suo ruolo nella familia nella socità. Quanto siano radicati i vecchi stereotipi e quanto e come siano cambiati i bambini. Che cosa incida nella formazione dei loro pensieri.
Mi aiuterà in questo Valentina, la mia amica, la mia collega, la mia compagna di cammino.
E voi, se vorrete aiutarci.

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