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Chinatosi su di lei, intimò alla febbre,
e la febbre la lasciò.
Levatasi all’istante cominciò a servirli.
[Lc 4,39]

Entrare in un’università mi fa sempre un effetto straniante. Mi sento un po’ come un chierico in visita e un po’ come una ladra. Respiro l’aria rilassata e senza tempo, felice di non appartenere più a quel mondo sospeso. Eppure sotto sotto giurerei di sentire ancora Albano e Romina. Nostalghia. Mi accolgono con un “Ciao”, segno che ho azzeccato l’effetto giovanile del ciuffo ingelatinato. Il mio amico F, guida dell’incontro, mi presenta Lella Costa. No dico. Ho stretto la mano a Lella Costa. Nell’aula afosa, che porta il nome nome di una stanza di motel, 211, continuano ad entrare giovani studenti e studentesse. Chissà perché sono qui. Ricordo i corsi extracurricolari, li frequentavo, a volte, x varie ragioni. E da queste dipendeva lo sguardo con cui guardavo i relatori in basso. A volte con devozione curiosa, a volte con irriverente fastidio. Confido nella prima.

Introduce Lella Costa, con un divertentissimo monologo circa la condizione femminile, divaga toccando tutto in punta di dita, illumina. Fa sorridere, fa pensare. A quanto pare il maschio è destinato ad estinguersi. Nel duecentomilaqualcosa.

Fiammetta Casali, la referente dell’Unicef, snocciola qualche dato. In Italia le adolescenti sono le più soggette all’anemia e alle malattie della nutrizione, ciononostante sono i maschi i soggetti più ricoverati. Nel mondo il 70% dei poveri, e il 75% degli analfabeti, sono donne. Le donne fanno il 60% del lavoro nel mondo ma ricevono il 5% degli introiti, questo dipende anche dal fatto che generalmente le donne svolgono lavori meno remunerati o non monetizzati per niente come quelli di sussistenza. La casalinga, x intenderci. In Italia le femmine studiano più dei maschi, ma fanno meno carriera. Del resto, nella classifica europea dell’occupazione femminile, dopo di noi c’è solo Malta. Forse anche perché 30 donne su 100 lavorano solo grazie all’aiuto dei nonni in famiglia. E’ il solito vecchio discorso degli ammortizzatori sociali che mancano. Solitamente ci rincuoriamo, tanto c’è chi sta peggio. Ah, fossimo nel terzo mondo, lì sì che avremmo problemi veri….No? Ebbene. In Ruanda il 49% dei seggi è femminile. Per dire.

Prosegue Carmen Leccardi, docente all’universita di Milano-Bicocca, che illustra l’iter storico-sociologico delle questioni di “genere”. Il termine “gender” nasce negli anni ’70, usato per la prima volta da Gayle Rubin, antropologa che comincia a criticare il presunto determinismo biologico, e la declinazione al maschile come neutro universale. Le categorie maschile e femminile e ciò che sta al loro interno sono state formate non tenendo conto dei rapporti di forza fra maschi e femmine, che ci sono e che regolano anche i rapporti di produzione, e quelli di relazione fra uomini e donne. “Gender” viene coniato per indicare le relazioni mutevoli, fra i due generi, non è dunque una fotografia pietrificante ma cambia, nel tempo e nel luogo. Questa caratteristica di mutazione è la leva che le donne devono impugnare per ribilanciare la società. L’identità di genere, quindi è un’identità dinamica che tiene conto anche delle variabili soggettive, sostituisce le identità “maschile” e “femminile”, statiche. Oggi la parola “genere” non mantiene più la memoria delle lotte dei movimenti femminili per la parità, che l’hanno fatto nascere, se ne dovrebbe tener conto, invece, per non abbandonare i traguardi conquistati. Il cammino della donna fonda i suoi passi anche sul concetto di “doppia presenza”, descritto da Laura Balbo nel ’78. Il ruolo della donna deve smarcarsi dal compito prettamente riproduttivo (in famiglia) , per raggiungere o aggiungere quello produttivo (nella società).
L’intervento della prof.ssa Leccardi continua spiegando la funzione stigmatizzante e riduttiva che lo stereotipo di genere ha sulla donna. Gli stereotipi, quelle immagini mentali proposte come rappresentazioni condivise per sopperire a un deficit cognitivo, sono frutto di quei rapporti di potere (di cui sopra) che sono ancora in mano agli uomini. Le donne stesse, spesso, si autostereotipizzano; si leggono, cioé, attraverso lo stereotipo negandosi delle prerogative. E’ quello che fanno “le mie” bambine, quando auspicano x loro solo lavori di basso profilo, o quando, incuranti dell’impegno che la loro professione ideale richiederebbe, affermano che ai figli, nella loro futura famiglia, ci penseranno loro. I mariti saranno quelli che lavorano. E producono. Gli stereotipi sono quelli che vedono il sex appeal appannaggio delle donne, e agli uomini l’intelligenza. Gli stereotipi ci inchiodano. E non tengono conto della nostra soggettività di individui.
Come ultimo argomento, Carmen parla del “soffitto di cristallo” cioè quelle discriminazioni non direttamente percepibili, quelle barriere invisibili che bloccano l’ascesa professionale delle donne. Secondo Manageritalia le donne dirigenti in Italia sono il 12%. La media europea è al 30%, nello specifico: in Francia sono il 37%, in Inghilterra il 35%, in Germania il 30%. Per la cronaca, ci supera anche la Turchia. Da qui è nata la proposta bipartisan di Alessia Mosca e Lella Golfo di imporre una quota rosa del 30% nei consigli di amministrazione. Attualmente  le donne sono presenti nel 3,2% dei C.d.A. italiani. In quelli norvegesi sono al 42%, in quelli svedesi al 20%, e la media europea è ancora all’11%.Molto bassa dunque. Noi ci siamo preoccupati di stare comunque abbondantemente sotto.

Segue la prof.ssa Ruspini e il suo laboratorio In Chiaro, che analizzano e mostrano gli spot indirizzati ai bambini. La solita vecchia tristezza: alle femmine le cosine x farsi belle, o per fare le donnine di casa. Ai maschi tutto il resto.L’intervento è chiaro ed esaustivo, indicativamente riassume quello del 14 marzo.

E’ il momento domanda. F mi rispedisce sul palchetto e prende il microfono scalando gli spalti. Per un momento mi sembra di essere a Tempi Moderni, di Daria Bignardi. Magari, data l’età dell’uditorio, sembra più il primo Amici della De Filippi. Quelle fazioni di ragazzi un po’ sdruciti che dibattevano animatamente se era il caso che Francy lasciasse Luca, perché una sera l’aveva baciata eppoi c’ha l’amico tossico. Ma magari questi giovini, quella tv non l’hanno neanche vista. In ogni caso è tutto abbastanza esaltante. Sento l’abbigliamento ggiovane che mi protegge dai 30 imminenti e mi fa guardare con affetto dal resto delle autorevoli oratrici.

Poi. La domanda. Si alza una ragazza in un morbidissimo golfino turchese, ha gli occhiali, i jeans e la coda di cavallo. E’ piacevolmente normale.Potrei essere io, qualche anno fa:
– Io capisco questa cosa delle pubblicità, ok. Però voglio dire: è naturale. E’ natura che la donna sia più portata per la cura e l’uomo per l’aggressività e l’esplorazione.
No. Non potrei essere io qualche anno fa. Mai portati gli occhiali. E’ forse troppo normale.
In sala serpeggiano sorrisini beffardi uniti ad occhiate timorose verso il personale in cattedra. Tento di dissimulare il sorrisetto sprezzante accarezzandomi il mento con indice e pollice. Il gesto dell’intellettuale perplesso, più spendibile data la posizione. Un signore elegante rincara la dose: “Le femmine sono diverse dai maschi, appianare la differenza vi sminuisce”. E’ che i diritti non dovrebbero fondarsi sui luoghi comuni, magari.
Elisabetta Ruspini risponde a tono. La differenza è una cosa. La disuguaglianza è un’altra. Sulla presunta naturalità della differenza corporale, si adatta oggi una vestizione sociale di questi corpi, che non è equa, è stigmatizzata, stereotipata. Ci sono dei costi sociali dalla polarizzazione di genere e sono assai alti. Non investire sulla produttività delle donne, lasciarle disoccupate, al loro ruolo di cura in famiglia, non fa bene neanche al “virilissimo” PIL…

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