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Tanto da farla sembrare quasi
un essere irreale la cui reale identità
fosse stata cancellata dai tanti lavaggi
[Janet Frame – Un angelo alla mia tavola]

Il seminario prende il via dalle parole di Barbara Mapelli e Carmen Leccardi: non viene mai preso in considerazione il genere di chi è educato; le immagini perpetrate dai media sono false, l’educazione, se non le critica, di fatto le legittima.

Il primo intervento è di Egle Becchi, dell’Università di Pavia.  Esordisce parlando delle raffigurazione delle “bambine orse” sui vasi ateniesi. Secondo il mito una bambina era stata aggredita da un’orsa che lei stessa aveva provocato. Il fratello, per difenderla, uccise l’animale, suscitando l’ira di Artemide che punì le bambine, le quali, d’ora innanzi, dovevano passare un periodo da “orsa” prima della pubertà. Un passaggio di consegne dai genitori, all’orsa, al marito; che già nel mito greco svela l’intenzione repressiva dell’educazione sulle bambine. Nei vasi ateniesi le bambine orse vengono raffigurate ad un tavolo, la parte nascosta agli occhi è mostruosa, bestiale. Questo significherebbe la natura temibile e demoniaca, perché già seduttiva, che storicamente viene assegnata alla bambina, all’embrione della donna, e che spiega perché ci sia tanta poca letteratura sulle bambine. La bambina porta un germe malvagio che va represso affidandone l’incarico dal padre al futuro marito, in un passaggio di consegne educativo e di controllo totale, al punto che la donna non ha più memoria del suo passato. Si parla di bambine ma non di educazione delle bambine, non c’è traccia di loro nella storia delle donne. Solo Freud aveva postulato, nelle sue lezioni, una pedagogia diversa per bambini e bambine, perché diversi sono i meccanismi psichici formativi. Chardin, dal canto suo, prima di Freud, aveva dipinto quadri che dovevano servire d’esempio alla piccole che guardavano, quadri di bambine buone. In uno di questi una bimba tiene l’aquilone, un’aspirazione di libertà tarpata dalla sua cintura, a cui è appeso un ago e un gomitolo. L’aquilone allora non è un anelito di ambizione, ma solo un momento di svago nel lavoro domestico.

Prosegue il seminario Alessandra Aresu, giornalista che ha incentrato il suo lavoro sull’educazione sessuale in Cina. Il messaggio educativo è rivolto solo alle bambine, poiché il governo cinese, forte dell’espansione economica, identifica un legame fra corpo femminile e sviluppo nazionale: le ragazze sono importanti perché saranno i loro corpi a creare le generazioni future. E’ per questo che le ragazze devono essere guidate verso comportamenti che prevengano danni al loro corpo e al loro equilibrio psicofisico. Il pericolo numero 1 è il sesso prematrimoniale. Alle femmine, e solo alle femmine, viene chiesto di discernere fra amicizia e amore. I ragazzi sono raffigurati come spensierati e ormonali giovanotti che tentano le femmine con lusinghe, poiché cedano alle loro promesse d’amore illusorie. Le ragazze vengono messe in guardia: la verginità consumata significa sventura. Le vignette illustrano l’idea. La ragazza che non è più vergine è sopraffatta dai rimorsi, il marito la maltratta, è autorizzato. Qualora rimanesse incinta, la ragazza madre dovrebbe abortire, e l’aborto le procurerebbe danni incalcolabili al punto di compromettere la sua capacità procreativa. La ragazzina incinta viene sempre disegnata sola, a mangiarsi le mani: le responsabilità della gravidanza sono soltanto sue. E a lei che viene chiesto di pensarci prima. I maschi vengono raffigurati sempre sullo sfondo, sullo skate.

Roberto Fantini, professore di lettere in un liceo e membro di Amnesty International, relaziona sulle violenze e sulle discriminazioni che le bambine subiscono a scuola, nel mondo. Bersagliate da scherzi pesanti, calunniate dai pettegolezzi via sms, violentate dal personale scolastico, rieducate con punizioni corporali, oggetto di richieste sessuali in cambio di voti dai docenti, rapite e abusate nei paesi di guerra. Ci sono condizioni che acuiscono le discriminazioni: le ragazze lesbiche, disabili, di etnie diverse dalla maggioranza, diventano vittime oltre che di sessimo, di omofobia, di razzismi. Tutto questa mole è una minaccia che incide sul rendimento scolastico. Chi ha subito violenze si sente sminuita ed esce dal circuito scolastico per non rientrarci più. Amnesty chiede di intraprendere azioni contro le violenze e le discriminazioni.

E’ un altro uomo a prendere la parola: Ico Gasparri. E’ un fotografo che ha fatto un gran lavoro fotografando i manifesti pubblicitari stradali a Milano dal 1990 al 2010. L’inchiesta si chiama “Chi è il maestro del lupo cattivo?”. La pubblicità stradale è un canale di comunicazione diverso dai media comuni, perché non possiamo fare a meno di vederlo. E’ una comunicazione obbligatoria che viola il nostro spazio privato, ha un linguaggio suo, che muta molto, molto lentamente. Le donne dei manifesti sono passive, prestano la loro bellezza, sono donne erotiche, non casalinghe, non impiegate, solo donne da sesso. Dal 2000 non si usano più modelle sconosciute ma donne affermate per la loro avvenenza che diventano testimonial. Inizialmente sono senza nome, poi nel cartellone compare la firma. Si fidelizzano al modello. E’ l’epoca dell’accondiscendenza femminile. Si parla anche della tanto discussa campagna di Silvian Heach. A Milano si possono ammirare due manifesti: la ragazza semiprona sul terrazzo, e le amiche che succhiano un ghiacciolo calippoide. Essendo un’ignorante in fatto di moda, in effetti mi sono domandata cosa diamine stessero pubblicizzando. Donne in Quota ha scritto al Ministero delle Pari Opportunità, ed ha ottenuto una risposta. Il cartellone è stato rimosso, solo dalla scuola. E solo perché era scaduto il periodo di affissione, a quanto dice Ico. Nelle ultime settimane, addirittura delle bambine sono state raffigurate sui provocatori cartelli di Silvian Heach e di CocoNudina. Era il caso?

Dafne Guida, di pedagogika.it, ci riporta all’educazione come formazione. I bambini e le bambine recepiscono ciò che anche inavvertitamente gli educatori sdoganano. Dobbiamo stare attent agli stereotipi che perpetriamo con i modi di dire, con i rimproveri. L’attenzione si posa poi sulle favole, le più famose ripropongono sempre i soliti stereotipi. Le donne stanno in posizione di attesa, i maschi agiscono, salvano, sposano.

E’ il turno di Isabella Landi, pedagoga e formatrice, che ci ricorda l’importanza dell’autoeducazione degli adulti. Citando Barbara Mapelli (Sette vite come i gatti, Stripes Edizioni) dobbiamo “praticare tutte le stanze delle donne”, dobbiamo aiutare le donne ad esserci di più, a starci. Nella formazione dei più piccoli occorre tener viva una coscienza critica, non ha senso aver paura di internet, demonizzarlo, proibirlo, solo perché non lo conosciamo. Isabella conclude con una delle sue uscite ad effetto, dense di ispirazione e speranza: quello che una donna dovrebbe arrivare a dire è “riconoscimi per quello che sono”.

Federica Trevisanello, ricercatrice, ci parla della sua ricerca attuata con i focus group di mamme dai 35 ai 45 anni. L’educazione di bambini e bambine appare sempre come una affare dicompetenza femminile, i padri sono in secondo piano. Quello che sfugge è il qui e ora delle bambine, sono viste sempre come quello che saranno da donne. Le madri spesso soddisfano attraverso le figlie i loro desideri di bambina frustrata. I cosmetici entrano precocemente nei giochi di bimba. Il corpo delle femmine viene esposto in casa: la bambina fa la doccia con la mamma, a lei è impedito il chiudersi in bagno. Esporre il loro corpo di donna alla figlia secondo le madri è educativo, poiché prefigura ciò che la piccola diventerà da grande. Sono estremamente eloquenti con le figlie circa il ciclo mestruale e i mutamenti del corpo, eppure vi è una massima reticenza su tutto ciò che riguarda il sesso, al punto di mettere in dubbio l’utilità di una educazione sessuale.

E’ a questo punto che proiettano Ma il cielo è sempre più blu. Maria Grazia Riva, la coordinatrice, mi chiede di proiettarne solo 5′: siamo oltre i tempi. Play. Ridono, commentano, s’indignano, s’inteneriscono.Maria Grazia mi raggiunge sottovoce: “Lascialo andare tutto! Sta piacendo molto”.

Dopo il break (in cui, non dovrei dirlo, m’imbuco spaziotemporalmente nel buffet) si avvia la seconda parte dell’incontro.

Ricomincia Susanna Mantovani, docente alla Bicocca. Ci ricorda attraverso qualche battuta come i luoghi dell’educazione siano tipicamente femminili. Gli oggetti usati nel teatro delle ombre all’asilo, sono spesso oggetti di cucina, i libri sussidiari delle scuole elementari ritraggono donne stereotipate. Chiude con un aneddoto familiare: si stava preparando frettolosamente, in ritardo, quando la figlia le fece una domanda:
“Mamma, cos’è un’idea?”
“Un’idea è una cosa come la vedi. Ad esempio, com’è la mamma?”
“Sulla porta”. Non ha mai capito quanta metafora ci fosse in questa risposta.

Prosegue Liliana Barchiesi, la fotografa autrice della locandina del seminario. E’ una foto scattata nel 1975 per un catalogo di giochi. Liliana cominciò a fotografare bambini e bambine che giocavano per strada, piano piano i bambini si spostarono in primo piano, occuparono l’inquadratura, alzarono lo sguardo, si misero in posa, si atteggiarono, la bambine nel frattempo, si fecero da parte.

Gabriella Mariotti invece è una psicoanalista. Anlizza la famiglia, i genitori, i ruoli educativi. Non identifica solo una mamma bambina, ma una coppia di genitori regrediti. L’incremento degli attacchi di panico esprime un aumento dell’angoscia senza nome. Si cerca di superare quest’angoscia della complessità recuperando una fase mentale primitiva ed elementare, le certezze del passato. E’ così che i genitori cercano sicurezze nei figli, cercano conferme del loro ruolo, della loro efficienza, fanno in modo che i figli non debbano aver paura e in questo maniera si attua la regressione. In questo quadro la mamma e la bambina si confondono una nell’altra, alla figlia è richiesta un’adultizzazione precoce. Le ragazze hanno un’io scisso fra un sé iperadattato socialmente, generato dai genitori che cercano rassicurazioni mancate, e un sé affettivo rimasto infantile. Non sanno motivare le emozioni che provano, angoscia, rabbia, depressione. Il sé iperadattato arriva a coincidere col corpo, con la reificazione che se ne fa, e che ne fanno le madri delle figlie, per dimostrare la loro adattabilità. E’ però un corpo privato della sua potenza, del desiderio, della trasgressione. E’ un corpo che nella ricerca delle perfezione viene privato delle sue prerogative naturali: è perfetto, non è gravido, non è mestruato, è anacronistico. E’ così che si scinde fra corpo reale,e corpo ideale: il corpo iperadattato e quindi seduttore. Si torna al punto di partenza di Ico Gasparri.

Marina Piazza ci presenta il suo lavoro, svolto sulle educatrici dell’infanzia a Prato. Nonostante gli esempi che vedono in casa, i bambini accedono agli stereotipi per semplificare. Non solo. La visibilità delle donne è accantonata poiché quando svolgono un lavoro di cura domestico, seppure nelle azioni si puòindividuare la loro fatica, non viene riconosciuta perché è il racconto che manca. Il babbo torna e parla del suo lavoro. La mamma tace. Il lavoro del babbo passa, quello della mamma no. La cura non è riconosciuta, per quanto sia quasi sempre cura degli altri e mai di sé. Marina chiude con un incitamento: le femmine pensino di più a sé stesse e meno agli altri, i maschi pensino più agli altri e meno a sé stessi.

L’intervento di Maria Ferrucci, sindaca di Corsico, mi lascia interdetta. Le ragazzine delle scuole medie si prostituiscono per le ricariche del cellulare. Non in Thailandia. A Corsico, alla periferia di Milano. Maria ha fatto monitorare i comportamenti delle bambine del suo comune da degli esperti. Fra i tanti aspetti interessanti ne cito uno: le ragazze tendenzialmente hanno relazioni con un piccolo gruppo di amiche, e basta. E’ un gruppo che non critica, criticare vuol dire cercare un conflitto da cui ci si guarda bene. L’amicizia per loro è solo una cosa bella, “si sta insieme senza far niente”. Senza far niente. Ricordiacelo. C’è anche un interessante lavoro sulle gerarchie da cui emerge che i maschi sanno di avere il potere, lo dicono, ma ai fatti non sanno esercitarlo. Viceversa le femmine non sono coscienti del loro potenziale ma messe a capo di un gruppo esercitano e mantegono il potere meglio dei maschi.

Il penultimo intervento spetta ad Alessandro Sala, giornalista del Corriere delle sera. Ci offre un quadro divertente ed esaustivo sui videogame. Prima i videogiochi si trovavano solo nelle sale giochi, dunque erano riservati ad un’utenza maschile. Con le console domestiche anche le femmine sono diventate un target delle aziende produttrici che però generalmente non fanno distinzioni. I giochi sono trasversali al genere, del resto le femmine non usano nessuno degli avatar femminili proposti per accedere allla partita. Ci sono però le eccezioni. E’ il caso di Giulia Passione e la linea Mama. Giulia Passione propone una serie di possibilità stereotipate di gioco. Mama invece si diversifica tanto che è usato indifferentemente da maschi e femmine: Gardening Mama, Cooking Mama… Solo una variante è dedicata alle femmine: Baby Sitting Mama. Curioso riscontrare che è l’unica variante per cui è stato predisposto un sensore di movimenti grazie al quale la bambina che gioca può veramente cullare il piccolo avatar, acciocché sia una cura più aderente alla realtà, più mimetica. Alessandro ricorda che comprerà la linea Giulia Passione alla figlia solo quando fra le possibili varianti ci sarà anche Giulia Passione presidente del consiglio.

Chiude il seminario Barbara Zapparoli, una pediatra. Si riallaccia al discorso sull’incertezza genitoriale di Gabriella Mariotti. C’è sempre qualcuno che ti dice cosa devi fare per essere un genitore perfetto. Uno sproloquio di consigli tecnici, pedanti, di cui parlava anche la Lipperini. Ai pediatri si rivolge il genitore, chiede loro di aiutarli a comprendere suo figlio, a capire cosa dice, cosa bisogna fare e perché. Non è una questione di fragilità è un essere meno disposti all’ascolto. Sono abituati ad essere indirizzati, ed in questo, dice Barbara, forse anche la sua classe lavorativa ha delle colpe.

C’è un argomento che mi ha molto colpito nel suo intervento, su cui non avevo mai posto l’attenzione. L’attesa. L’attesa è sempre declinata al femminile. L’attesa nella gravidanza, l’attesa nell’allattamento, l’attesa del ciclo mestruale. Il maschio non sa cosa fare quando e perché.L’attesa. Però lo fa, evidentemente. Come nelle favole. La principessa non agisce, attende alla torre. Attende che il principe la venga a salvare. L’attesa.

Mi dispiace avervi fatto attendere tanto. Spero non sia stato vano…

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