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Proprio perché contavano meno,
erano più libere di fare ciò che volevano.
[Leslie T. Chang – Operaie]

Arrivando dal rigore fashion milanese, l’eleganza sabauda di Torino fa uno strano effetto. Salotti grandi come piazze, caffè con le vetrine in ferro battuto, e i nomi delle strade ispirati all’albero genealogico monarchico. Le percorro su un tram gramito di razze, in ansia da prestazione per la capacità di beccare il tram giusto. Chiedo informazioni a una ragazza dal viso di gianduia, e mi risponde un’anziana signora dell’est, seduta davanti a me con un mazzetto di crisantemi in mano: “Anche io scendo alla tua fermata, non ti preoccupare”.
Non ti preoccupare
, è una frase che a Milano non si sente più dal 1952.
Sui finestroni del tram scivolano le vetrine dei negozi, tutte decorate con una coccarda tricolore. Cambio linea in una piazza sormontata da un mercato multicolore. Si vendono le fodere dei cuscini accanto alle banane, gli appuntalapis colorati vicino agli abitini monospalla. Sembra un melting pot mediorientale, frutta e verdura valutata in 30 lingue diverse. Si respira un’aria diversa qui.
Al centro Askatasuna c’è un’aria da collettivo sessantottino che sulle prime m’indispone un po’, il lessico soprattutto. Sarà che sono inquadrata nella funzionalità milanese, sarà che sono sempre stata troppo schietta, sarà che sono pur sempre figlia di mia madre. Poi mi ambiento, sono fatta così. Ho sempre bisogno della mezz’ora di lamentele iniziali.
Nel pubblico riconosco facce amiche, amiche su facebook. Fa un effetto strano salutarsi con l’affetto come se ci conoscessimo da una vita, e invece non ci siamo mai viste. E’ strano e bello, scalda.
Giorgia Vezzoli (Vita da streghe) e Francesca Sanzo (Donne pensanti) tengono un interessantissimo workshop sulla comunicazione in web e sulla necessità di fare rete comune.
Poi tocca a me. E la stanza è affollata, diavolo. Mi viene a salutare Lorella Zanardo, chiedendomi gli sviluppi dell’inchiesta. Non ci credo, mi ha riconosciuto!
Attacco il pc e lascio che parlino “le mie piccine e i miei piccini” quei visini deliziosi che fanno sorridere e fanno riflettere, che ormai considero un po’ come figli miei…. Per dire alle volte il senso materno. Conquistano. Scaturisce un dibattito interessante fra madri, insegnanti, educatrici, studentesse e ricercatrici in materia, e anche un figlio.
Vengo a sapere, da una ragazza di Massa, che Irene Biemmi, una ricercatrice dell’Università di Firenze, si sta occupando proprio di sessismo e stereotipi nei testi scolastici, e ha pubblicato recentemente un libro di percorsi didattici per l’educazione al genere.
C’è tanta collaborazione al FBC, interesse, fermento. E’ auto-organizzato, indipendente, auto-finanziato. Eppure funziona. Si organizzano i turni di guardia, di cucina, di pulizia. Ci sono i seminari e la connessione wifi, la merenda e l’attrezzatura tecnica. Tempo fa leggevo qualcuno che scriveva che la partecipazione delle donne alle manifestazioni assicura più ordine. Non è la partecipazione passiva, è l’organizzazione attiva. Quando le donne sono a capo delle strutture, le strutture funzionano meglio!
Piena di questo spirito di sorellanza m’incammino per il viaggio di ritorno. Vicino alla stazione di porta nuova trovo una piccola créperia, le porte a vetri di ferro laccato bianco. Dietro al bancone c’è una signora con una treccia bionda, gli occhi scuri orlati di rimmel e le labbra lucide di rossetto scarlatto. Sembra un quadro di Manet. Davanti a lei tante piccole zuppiere ricolme di condimenti fatti in casa. Mi chiede come mai sono a Torino stasera e glielo spiego. Ha qualche difficoltà sulla parola blog: “Sai io il computer proprio non lo uso, non uso niente di quella roba lì, mescolo ancora con le fruste a mano. Ma feminist sta per femmine…vero?”
“Sta per femmine. E per femministe”
Va nel retro bottega e penso di essermela giocata per sempre. Riemerge, un bicchiere di vin brulé in mano, si siede su uno sgabello davanti a me: “Gli uomini italiani sono furbetti, perché hanno preso le conquiste delle donne e le hanno girate a loro favore e ora siamo più schiave di prima! Dobbiamo essere le migliori madri a casa e le migliori p*****e a letto, dobbiamo lavorare e dobbiamo crescere i figli! E’ tardi x cambiare la mia generazione, ma voi, potete far qualcosa!”
E mi racconta un po’ della sua storia, dei 18 anni quando è andata via di casa, della mansardina in cui abitava, del padre dei suoi figli che non c’era, e del suo figlio maschio che ha cresciuto come lei, aspirapolvere in mano, e vai a fare la spesa.
Me ne vado un po’ più rincuorata, il messaggio da quache parte, arriva.

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