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Volevo nascere a Troia
[Stefania Orlando – A Troia]

 

Per il 2012 mi sono stilata una serie di buoni propositi: viaggiare, procacciarmi uno stipendio continuativo, fare qualcosa di mio, scrivere, transumare la gatta a Milano, imparare ad organizzarmi, scegliere definitivamente il colore per la mia stanza e imbiancarla, perdere i 10 kg che autorizzano gli sconosciuti a chiedermi di quanti mesi sono, riuscire a correre per più di 65″ di seguito.
Rendendo onore ai 150 anni dell’unità, ho trascorso gli ultimi giorni attraversando l’Italia in tutta la sua lunghezza. Dalla toscana a Palermo, da Palermo a Milano, da Milano di nuovo in toscana.
Poiché avevo già in mente i progetti salutistici per il 2012, a Palermo ho cercato di mangiare tutto il possibile. Mediamente ho fatto un pasto (a base di qualcosa di fritto) ogni 20′. Così decido d’impiegare le ultime 6 ore di treno, realizzando i buoni propositi. Parto dai più semplici: la cura di me.

Sfoglio un’agendina femminile, prodiga di ottimi consigli. Mentre il treno si allontana da Milano, leggo di diete detox a base di verdura cruda. Improvvisamente sento la pelle piena di tossine, le vedo, piccole polverose e nere che tumefanno il mio viso. Fortunatamente a pagina 22 apprendo di maschere di bellezza a base di frutta fresca che illuminano e purificano i pori.
Bene, primo passo: mangio verdura cruda per una settimana e mi spiaccico kiwi in faccia.
La pioggia piacentina si spalma sul finestrino, e mi accorgo solo ora che ho le gambe gonfie. L’agendina consiglia bagni di fieno caldo, e fanghi fatti in casa. Con cosa lo creo il fango a Milano? Va be’. Approfitterò del soggiorno in toscana per rotolarmi nei campi.
A Modena leggo che Madonna non trova marito perché dorme troppo poco. Seguono istruzioni per massaggio rilassante e ginnastica yoga da fare mattina e sera. Alle volte mi capita di svegliarmi in piena notte, di pensare che non ho un lavoro fisso, e di non dormire per le 2 ore successive. Dovrò ritagliarmi il tempo per lo yoga o oltre che precaria rimarrò anche zitella.
A Bologna scendo, attraverso a corsa la stazione, e, arrancando, riesco a prendere la coincidenza. Arriverò a Prato in orario, anche se morta. Dopo 10′ ho ancora il fiatone, il cuore è affaticato e chiede pietà. L’agenda dice che sono fuori allenamento, che per preservare le coronarie devo usare la pausa pranzo per correre al parco. In effetti ho la resistenza fisica di un’ultracentenaria. Bene. Appena torno a Milano comincio a fare jogging. L’ultima volta che me lo sono imposto sono arrivata al parco che ero già esanime, ma non importa. Yoga la mattina, corsa a pranzo, verdura cruda a cena, maschera alla frutta prima di andare a letto.
Ed epilazione definitiva. A quanto pare hanno inventato una luce fotonica che scioglie i bulbi piliferi. Irrita un po’. Dopo la procedura devo mescolare olio d’oliva e olio essenziale di ylang ylang e spalmarlo sulle gambe in senso orario dal basso verso l’alto. E io che pensavo di idratarmi solo perché dopo la doccia mi spalmo velocemente di olio johnson, oltretutto dall’alto verso il basso.
A Prato piove. Sono anni che soffro della sindrome dei Jackson Five. Ho i capelli gonfi. Liscissimi ma gonfi. Troppi, mi dicono i parrucchieri. Ho l’equivalente della foresta amazzonica sopra il cranio. Non ho mai capito perché devo crucciarmi per i capelli gonfi quando nel mondo c’è gente che soffre di alopecia. Però contrariamente al resto del mondo, quando piove si sgonfiano, e io me ne compiaccio. E invece non dovrei. L’agenda dice che dovrei viaggiare con un kit d’emergenza: olio lisciante, pettine, elastico, e fermaglio d’argento per camuffare il volgarissimo “gommino per capelli”. Ok. Quindi nella borsetta devo aggiungere il kit anti-pioggia.
Mentre sferraglio per la toscana mi tengo a mente tutte le cose che devo fare, e mi rendo conto che non avrò più tempo per altro. Sarò una donna esteticamente inappuntabile, anche se senza progetti. Senza vita propria.
Pensierosa, mi rigiro fra le mani l’agenda: 2012.
Nel 2012 moriremo tutti, perché devo sforzarmi tanto?

Tanto vale piangere, con acredine, sul latte versato. Come la ministra Fornero. L’ultima immagine del 2011 che ricordo.
A me quelle lacrime erano piaciute, la manovra un po’ meno.
Non entro nel merito dell’operato della ministra o del governo, che, in due parole, non mi soddisfa.
E’ che dopo tanto superomismo spicciolo, un po’ di umanità mi aveva fatto piacere. Che piangesse per empatia, o perché si era ricordata di aver parcheggiato in sosta vietata, alla fine non m’importava tanto. Mi rincuorava semplicemente vedere una persona reale. E poi giù polemiche, la maggior parte inopportune.
Hanno scritto addirittura che le sue lacrime umiliano le donne, perché riportano alla concezione di donna emotiva e svenevole, che ha bisogno dell’uomo che le dà forza. Quindi tutte le volte che piango d’ora in avanti dovrò sentirmi in colpa perché rinnego le mie battaglie femministe.
Devo essere bella o devo esser dura?
Ma soprattutto…perché “devo essere”?
Siamo talmente bombardate da istruzioni su come essere donne, che alle volte perdiamo di vista noi stesse, la realtà, la complessità, e per ribellarci a questo schiacciamento sui ruoli convenzionali, ci auto-schiacciamo in ruoli opposti.
Essere donna è essere tutto quello che vorremmo essere! Militaresse, manager, artiste, scienziate, attrici, insegnanti, madri, registe, giornaliste, soubrette, autiste, scrittrici, prostitute, ministre, parrucchiere, commesse, imprenditrici, sindacaliste, politiche, delinquenti, o casalinghe che sia!
Essere libere. Scegliere consapevolmente. Essere noi stesse. Essere donne. Senza più nessuno che pedantemente ce lo ricorda.
Ecco. Dal 2012 vorrei questo. Che almeno rimanga una bella traccia della razza umana…

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