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Guardai indietro
per non dover più guardare la nuca proba
di mio marito, Lot.
Per l’improvvisa certezza che se fossi morta
non si sarebbe neppure fermato.
[Wislawa Szymborska – La moglie di Lot]

 


Non aggiungerò le mie parole al fiume di opinioni e polemiche che mi precede. L’isola del Giglio era il mio luogo preferito. Il pezzettino di pianeta che mi piaceva di più. E questa brutta storia ha fatto male anche a me.
C’è una cosa che mi ronzava in testa dopo quel “Vada a bordo, cazzo” un fastidio, qualcosa che mi dava noia, senza visualizzarlo bene, quell’insofferenza stile Cheyenne in “This must be the place”.
Mi nauseava questa glorificazione superomistica dell’eroe, e ho scoperto che non ero la sola a pensarlo.
Il maschio caxxuxo che prende in mano le redini della situazione e il maschio coxxxxne che scappa. Riferimenti fallici d’obbligo. E poi la donna, l’unica, sirena fuorviante e lasciva, che distrae l’uomo dalle sue responsabilità. Che barba che noia. Quanto siamo ancora succubi di questa visione patriarcale della società?

Stanca di questi eroi triti, ho deciso di mettere in campo le mie eroine.
E’ facile incontrarle ma non riconoscerle. E’ che indossano abiti meno sgargianti dei supereroi tradizionali. Uno dei loro superpoteri è la modestia.

La prima l’ho incontrata sul treno, una sera di dicembre.
Spalanco la porta del vagone alla ricerca del mio consueto posticino da eremita. Il treno regionale, sotto Natale, è rigonfio di passeggeri. Adocchio un posto valido e ci lancio i miei bagagli, esausta e innervosita. Se c’è una cosa che detesto è viaggiare piena di borse. Due sedili avanti una ragazza bionda si alza. Ha un cosetto appoggiato alle braccia, una cosetto lungo e infagottato. Dev’essere il solito chihuahua rognoso:
– Probabilmente sentirai qualche strillo…-
L’altra cosa che detesto sono i passeggeri rumorosi. Si volta. Il cosetto è un bambino delle dimensioni di un gatto.
– Magari mi sento l’mp3 –
Tento di dissimulare l’espressione orrenda che ho fatto pensando al viaggio col neonato urlante. Però è carino. Sembra anche placido con quel musetto paffuto affondato nel cappuccio della sua tutina gialla. Lei ha la faccia stanca ma felice. Lo poggia nell’ovetto e riprende a leggere.
Dopo 2 minuti, il primo vagito. Posa il libro, e si porta il fagotto sulla pancia. Il cosetto spalanca gli occhi e mi guarda. Lo saluto, non ricambia.
– Ma a quest’età mi vede?
Cullandolo mi si avvicina.
– Ancora no, ha 5 mesi.
Apre un po’ la cernierina della tuta rosa.
Rosa? Ma non era gialla? Come diavolo ha fatto a cambiarlo in 2 minuti? Vabbe’. Magari con l’abitudine ti velocizzi. Abbasso gli occhi sul libro e mi cade lo sguardo su un ovetto poggiato sul sedile. Dentro, un neonato placido avvolto nella tutina gialla, dorme.
– Oddio ma sono due!!!
Avrei dovuto dissimulare meglio il tono da disgrazia. Sorride.
– E viaggi da sola con loro?
– Sì. Sono un po’ incosciente, vero?
Mi racconta che è originaria di Livorno ma vive a Lodi, sola con suo marito. Non ha nessuno che l’aiuti coi figli e così li ha portati dai nonni, in treno. Viaggia con un borsone, uno zaino, una borsa termica, la valigetta del pc, e due neonati di 5 mesi l’uno. E io che da un anno mi faccio problemi a portare il gatto sul treno perché chissà di cosa potrebbe aver bisogno. Dice che in macchina sarebbe stato più scomodo, il regionale impiega tanto tempo ma è più tranquillo. E poi il rollio li culla.
Le dico che è eroica e per schernirsi ribatte che a caricare l’hanno aiutata i suoi, e a Lodi l’aspetta suo marito, è solo per il viaggio. Che dura 6 ore.
– Be’ ma ho dietro tutto quello che può servire.
Non la scalfiscono la paranoia, l’ansia, i pensieri assurdi. A casa si abbrutiva e ha posto rimedio. A gennaio si troverà una babysitter e ricomincerà a lavorare, ne ha bisogno per distrarsi e offrire ai suoi figli un tempo più ridotto ma migliore.
La guardo ammirata. Il prossimo viaggio imbarco anche il gatto, promesso.

La seconda eroina vive a Bologna.
Ha una laurea magistrale e vorrebbe fare la editor. Per il momento però lavora in pizzeria. Una sera ha preso l’ordine per 2 capricciose, non c’era nessuno disponibile e le ha recapitate lei. A piedi.
La porta era socchiusa e fuoriuscivano risatine creative. Il ragazzo che le ha pagato le pizze le ha spiegato che quel posto insolito era una casa editrice di e-book. Due mesi dopo lavorava lì anche lei. La mattina.
La sera continuava ad affettare carciofini perché il tirocinio non viene pagato, ma l’affitto sì. La pizzeria è vicina alla redazione, solo che un buco di 3 ore nella periferia di Bologna, non è il massimo della comodità. E poi c’è la casa da riordinare, la cena da preparare, gli impaginati da ricorreggere, la lavatrice da stendere.
I trasporti sono rari e inaffidabili e per essere autonoma si è comprata una bici.
Una volta, in vacanza con una sua amica, aveva messo un piede su un pedale ed era franata a terra.
– Vai avanti tu, ti raggiungo a piedi.
Ed aveva scarpinato dal campeggio alla spiaggia. I vent’anni senza bici si erano fatti sentire, ma tanto in vacanza non t’insegue nessuno.
A lavoro invece sì, così ha dovuto imparare di nuovo l’equilibrio, per sfruttare al meglio quell’ora e mezzo della giornata che le rimane, al netto del viaggio.
E io che mi lamento perché delle volte mi tocca lavorare nei week end.

Una volta, intervistando delle ragazze per strada, ho chiesto quae fosse stata la loro impresa più audace.
Mi hanno risposto che per amore avevano cambiato stato. Che in una settimana erano partire dal sud per venire a lavorare a Milano. Che si erano messe contro tutti per la persona che amavano. Che ogni giorno si alzano alle 6 per seguire 8 ore di lezione all’Università. Che per recuperare una storia avevano preso il primo aereo ed erano volate dall’altra parte del mondo.
Erano ragazze qualunque, un campione casuale, fermato per strada.
A una ho chiesto che cos’è che rende audace una donna.
Mi ha risposto:
– Essere femmina. Perché per fare la vita di una donna, bisogna essere audaci per forza.

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