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Lui mi vuole distrutta
mi vuole in suo potere,
ma insieme crocefissa al mio piacere.
[Patrizia Valduga – Lezione d’amore]


La giacca mi fa sentire agile come un ferro da stiro e la camicia bianca mi tira da tutte le parti, in più non ci sono sedie. A quest’ora sarei dovuta essere già seduta ma il direttore è in ritardo di un quarto d’ora.
E’ che mi hanno chiamato finalmente per un colloquio, e pare che vestirsi in maniera rispettabile assicuri il risultato. Mi hanno telefonato dicendo che avevano trovato interessante il curriculum che gli avevo inviato. E’ interessante in effetti. Perché io in realtà non avevo spedito nessun curriculum. In realtà sono loro che hanno richiesto il mio cv a un mio datore di lavoro, poiché appunto, avevano apprezzato il mio operato.
La ragione di questa pietosa bugia per mascherare l’orgoglio, la comincio a capire quando entro nell’ufficio del direttore.
La prima cosa che noto è Belen che si strappa le mutande su un poster a colori lividi, che campeggia dietro questo quarantenne sportivo che mi tende la mano senza scusarsi del ritardo.
Mi torna in mente un’affermazione di Alessandra Perrazzelli, la presidente di Valore D: “Se io, lavoratrice competente, entro nel tuo ufficio, e vedo il calendario con una donna discinta mi viene ragionevolmente da pensare che sia quello il modo in cui mi vedi, prima ancora di considerarmi come professionista”
Che la mia omonima abbia ragione da vendere lo capisco dopo 2 minuti scarsi. Il colloquio consiste in una serie ininterrotta di critiche al mio lavoro e tentativi di sminuirmi sulla base di motivazioni futili, incongruenti e spesso inconsistenti. Che io mi chiedo: ma sono venuta qui a farmi criticare manco fossimo a un festival del cinema, o mi avete chiamato qui per parlare professionalmente fra professionisti di possibile collaborazione professionale?
L’apice della situazione è quando mi dice: “No vabbe’ ma te a fare questo servizio non ti ci manderei, non sei in grado”.
A parte che lo stesso tipo di servizio incriminato l’ho fatto egregiamente per un’azienda che è il doppio della tua. Virgola. Ma mi hai chiamato solo per farmi vedere metaforicamente quanto grande sia il tuo pene, sublimato all’occasione nel lavoro?
Capisce che non avrà da me tali conferme e ci salutiamo, disprezzandoci cordialmente.
Per la cronaca, appena sono uscita dal suo ufficio si è preso addirittura l’incomodo di fare delle telefonate a chi conta, per ostacolarmi.

Perché?
Perché sono una donna? Può darsi.
Ma soprattutto perché sono una precaria. Una schiava precaria, per la precisione. Una delle tante/i, sia chiaro.
Una dei tanti precari/e che fanno lavori specializzati per cui occorrono delle competenze specifiche che non possiedono in molti, e questo ci rende significativi e spesso indispensabili.
Epperò non contiamo niente lo stesso.
Per lo stipendio non è previsto un minimo sindacale e questo l’abbassa drasticamente fino alla soglia del ridicolo. Per averlo dobbiamo aspettare dai 30 ai 60, 90, 365 giorni, fino a data da definirsi. Lavoriamo secondo le forme contrattuali più creative e discriminanti. Siamo sempre pronti e disponibili, a qualsiasi lavoro, a qualsiasi orario, a qualsiasi cambiamento. E questo lo sanno bene tutti, per questo nonostante il nostro lavoro sia prezioso, ci trattano come se ci facessero un favore a farcelo svolgere. Come se noi, come persone, come professionisti, non contassimo niente.

“I giovani devono abituarsi all’idea che non avranno un posto fisso tutta la vita” ha affermato ieri il nostro premier. Ah.
E come mai lui invece ce l’ha avuto? E come mai le generazioni precedenti ce l’hanno avuto?
Siamo i figli dei figli del boom, la generazione cresciuta con le merendine e le promesse, anestetizzata dalla tv, incendiata da miti già usati, distrutta dall’autolesionismo viziato, depredata da tutte le speranze perché quando è toccato a noi, non c’era più niente per nessuno.
Qualcuno fa di necessità virtù e si adegua. Altri si lasciano andare nell’accidia fomentata da genitori che ti coccolano troppo e dalla consapevolezza dell’assenza di futuro. Alcuni stanchi di ingoiare rabbia impotente si sfogano con furia cieca e distruttiva.
Ci hanno chiamati vandali, bamboccioni, recentemente anche “sfigati”. I complimenti arrivano quando facciamo comodo, e la nostra trista condizione riempie la bocca delle campagne elettorali, o mediatiche.
L’Italia si sta permettendo di accumulare troppo malcontento sociale nei soggetti in cui dovrebbe invece investire. Che cosa genererà?
Se siamo già stanchi e indignati ora, come saremo dopo 10, 15, 20 anni di questo trattamento? Quando gli anziani scenderanno dai loro scranni e verrà finalmente il nostro turno, come saremo?
Sarebbe opportuno che qualcuno, là, in alto, invece di continuare a prenderci in giro, se lo chiedesse.

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