Direbbe che sono perfida,
e questa qualifica mi ha sempre fatto piacere;
dopo “crudele” è l’appellativo più dolce
all’orecchio di una donna,
e anche il più facile da conquistare.
[Pierre-A.F. Choderlos de Laclos – Le relazioni pericolose]

 

Prima di tutto un giro in internet. Ultimo assaggio di accidia prima di cominciare ogni giornata. Quella di oggi poi.
Su una bacheca nota, trovo una notizia interessante. Le prime pagine dei principali quotidiani di oggi sono firmate tutte da uomini. Le donne firmano i box con gli speciali sull’8 marzo. Che fare l’insertino speciale sulle donne, l’8 marzo, fa subito femminista. Ebbuongiorno anche a voi.
Faccio una googlata per capire le iniziative che potrei seguire oggi. Come chiavi inserisco “8 marzo + Milano”. Una miriade di pagine. Tutte si aprono su un composit di foto di maschi muscolosi unti, alcuni col cappello da mozzo. Gli sfondi vanno dal lilla, al rosso fuoco. Qualcuno anche tortora, che questa primavera si porta molto.
Scavando scavando, per caso, vengo a sapere che l’8 marzo 2011 i musei statali di Milano facevano entrare le donne gratis. Cerco notizie più precise ma anche sui siti museali non si trova niente. Chiamo, non rispondono.

Esco per buttare un occhio sui manifesti. Dopo neanche un km vengo quasi investita da un suv. Sul marciapiede. Sì, l’avevo visto. Stava uscendo dal cancello del palazzo ma pensavo che affacciandosi sulla porzione di marciapiede su cui stavo già camminando, si fermasse lui. Alla guida, un uomo sulla sessantina, sbraita. Gli faccio notare che mi trovavo sul marciapiede prima di lui, e che sarebbe buona norma soffermarsi, prima di immettersi in strada. Non apre i finestrini, ma dal labiale si capisce che sta dicendo qualcosa circa una mia ipotetica promiscuità sessuale, che, insomma, se mi trovo sul marciapiede, non è un caso. Del resto, per una donna, indipendentemente dalla sua posizione geografica e/o professionale, quello come insulto va sempre bene, un classicone passepartout come la camicia bianca. Non sbagli mai.

Prima di rientrare passo a prendere un’aranciata dal pizzaiolo egiziano sotto casa, creatore di una delle pizze più buone di Milano. Gli chiedo come vanno gli affari, e gli faccio i miei complimenti. Mi sorride sincero e un po’ sdentato, e insieme allo scontrino mi porge gli auguri. Lui, uomo islamico, in/consapevole garante della mia emancipazione di donna che la sera si ordina una pizza proclamando la sua libertà dalla padella. Gli restituisco il sorriso sincero.
Dopo pranzo dovrei uscire subito, ma la lavatrice ha appena finito, i piatti vanno sparecchiati e lavati, ho ancora delle pendenze lavorative da sbrigare, devo fare un paio di telefonate, scrivere qualche mail, e dovrei darmi una sistematina ai capelli. Sempre loro.

Emergo alle 17.30 dal passante alla stazione di Porta Garibaldi. Una calca di persone accerchia “la sfilata delle donne vere” di Donna Moderna. Chiedo se posso sfilare anche io ma, a quanto pare, le donne vere in passerella sono state sottoposte a casting preventivi. Che non si sa mai che ti arrivi la cofana dell’ultimo momento. A sentirla così mi sembra più una grossa trovata pubblicitaria che un’iniziativa sinceramente pro parità. Ma vabbe’, io sono prevenuta, si sa. Dopo 5 minuti sfila una ragazza: bianchissima, altissima, bellissima, pettinatissima, incinta. Applausi. L’unica per cui il pubblico ha mostrato spontaneo gradimento. Si vede che, ancora, le “donne vere” sono madri.

Arrivo alla premiazione del concorso video per adolescenti “Diamo voce alla dignità delle donne” una bella iniziativa che coinvolge ed interessa i ragazzi e le ragazze su un problema (di cui tanto si parla, ma poco si analizza) parlando il loro linguaggio. Un totale di 32 cortometraggi provenienti da scuole superiori e centri di aggregazione giovanile. Belli. Fatti bene. Freschi. Pensati, soprattutto. Con la scusa di progettare un video hanno innescato riflessioni nei ragazzi. In quasi nessun video compaiono adulti. Segno che chi li ha fatti, sa che la violenza è più vicina e possibile di quanto non si stimi.

Fra gli organizzatori ci sono delle mie amiche, che non ci si crede ma sono anche delle mie discepole al corso video della LUD. M’invitano a cena prima dello spettacolo di Liliana, una di loro. Una soprano. A cena parliamo di violenza; di storie; di teatro, di cuscinetti; di cinema; di salto in alto; dell’importanza della cassetta pulisci-testine che ti salva la vita, e dell’importanza di stimarci abbastanza, che ti salva la vita anche quella; di figlie, di madri, di sorelle; di noi, insomma.

Poi entriamo in chiesa. Quella piccola, in corso Magenta, il monastero di San Maurizio. Che a vederlo da fuori non gli dai due lire, e da dentro ti sorprende. Le pareti sono affrescate di mille scene. Non c’è un centimetro bianco. Lo spettacolo si terrà nel coro delle monache, dietro. In mezzo ci sono due file di sedute lignee, troni austeri che raddrizzano le schiene. Sopra, sul palchetto davanti all’organo maestoso, fa capolino Liliana Oliveri. In mezzo alla cappella transita, narrandoci le audaci imprese delle donne che la storia non ricorda, Valeria Palumbo.
Ci parla di poete, di musiciste, di pittrici, di cavaliere, spadaccine, luogotenenti e soldate, mazziniane, garibaldine, cantanti, eroine che non si piegarono, che talvolta si spezzarono per l’amore di uomini che non possedevano la loro tempra. Figure di donne che farebbero impallidire i figherrimi “role model” moderni. Donne di cui non si conoscono le gesta, perché la storia è scritta dagli uomini. Donne che educherebbero le bambine a non pensarsi scisse fra il fornetto e la trousse. Racconti che regalano possibilità.
Sopra di essi si libra la voce di Liliana, suona le corde dell’anima e le partiture scritte anche dalle donne. Canta, sola, in questo luogo dai colori vivaci, in cui si sublimava la reclusione monacale.

Torno a casa, ma non ho sonno. Mi sdraio davanti alla tv. A Servizio Pubblico si parla di crisi economica, fra uomini. Faccio zapping, che non vorrei guastarmi la serata. Incappo nell’Isola dei famosi e mi fermo. Per addormentarmi: niente come i reality. I concorrenti si dividono principalmente in belle figliuole (di oggi e di ieri), e maschioni stranieri. E il Divino Otelma, che vabbe’.
– Ma possibile che le donne in tv siano sempre e solo delle fig..
Non finisco la frase perché scorgo finalmente una signora, nel senso più sano del termine. Di quelle che vedi sul tram, in fila alla cassa, al parco col cane. Sobria, normale, elegante, senza eccessi, senza porzioni di silicone in esposizione, modestamente agghindata. Una bella donna, ma normale. Una come potrebbe essere mia madre quando si mette in tiro.
E’ Vladimir Luxuria. Una vera signora. Una delle poche, che la televisione italiana ci concede.
Mi addormento, moderatamente felice, dopotutto domani è un altro giorno.

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