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La fiamma
guizza forte e lotta
che morte non già la trovi spenta
[Sibilla Aleramo – La fiamma]

Paestum è invasa da donne. Le ho riconosciute subito già dalla stazione di Salerno, anche se non sono simili fra loro. Indossano giacche avvitate e magliette enormi, gonne e pantaloni con le tasche, portano trolley o pesanti zaini da trekking, hanno le mani curate, i capelli spettinati, un’ombra di phard, i jeans, il bastone, il notebook, un filo di perle, occhiali da sole, occhiali spessi, kefiah, foulard, camicioni a quadri, sari, e dreadlocks.
In camera mia siamo 4, diverse per età, per carattere, per storie, per percorsi. Per una coincidenza, veniamo tutte dalla Toscana. Ché i toscani che si ritrovano in territorio straniero fanno subito comunella.
Renza dorme nel letto a castello sopra di me. E’ un’ostetrica. Mi spiega che la gravidanza oggi è eccessivamente medicalizzata, la donna incinta viene bombardata di allarmi e minacce, si cerca di razionalizzare un momento che sarebbe puro istinto, creatività. Tiene dei corsi alle donne incinta per riattivare il contatto con la parte più viscerale della gravidanza, il ritmo prenatale. L’ascolto rapita, tempestandola di domande: come sono cambiate le donne negli anni? Che tipo di donne vengono ai tuoi corsi? Come cambia il rapporto col proprio corpo fra le donne di culture diverse? Anche lei mi pone delle domande: come congiungi il femminismo col tuo lavoro? Si può ascoltare vedendo? Quando parli dei tuoi documentari hai una luce diversa nel viso. E’ il primo dei tanti scambi interessanti che trovo a Paestum. Io che ero diffidente verso il mito della maternità mi trovo a riconsiderare le mie posizioni ostili…

Sabato mattina le donne di Paestum migrano verso l’Hotel Ariston. Sono 1000 nella sala grande e rossa come la pancia della balena. Le osservo mentre mi aggiro con la videocamera strappando qualche intervista. Il convegno si apre con l’intervento di un’architetta di 38 anni che avevo conosciuto sul treno: “E’ la prima volta che sono in un’ambiente di sole donne, e ho paura. Ho paura perché questo mi mette davanti alla parte più profonda di me, più emotiva”. Seguono le mani alzate, gli interventi liberi, sciolti, svincolati. Le nacchere scandiscono il tempo, le microfoniste lo spazio.
Si parla di rappresentanza, di cura, di lavoro, di precariato.
Da fondo sala prende la parola un’operaia della Fiat di Acerra:
– Non mi sento rappresentata nelle donne dirigenti, dobbiamo parlare di operaie, dobbiamo parlare di donne, di realtà –
Una ragazza dal centro sala interpreta un punto di vista stimolante:
– Dobbiamo togliere il tempo come filtro giudicante verso le nuove generazioni, siamo tutte nello stesso tempo-
Mercedes, apre una parentesi aspra e attuale:
– Basta con il maternalismo giudicante verso le donne in velo che appartengono alle altre culture. Dobbiamo ammettere le colpe della nostra società che delega la cura alle donne delle altre etnie, quasi che fossero femminilità subalterne- E’ un discorso che tornerà anche nel gruppo del pomeriggio.
Altre ragazze riportano un tema, il tema, della mia generazione:
– Il precariato è un inasprimento del patriarcato. –
Come darle torto? Il precariato ci rende instabili, mina l’autostima, la professionalità, la progettualità, anche quella affettiva; il nostro potere economico e di rappresentanza; lo so bene io, che fra tutte le mie amiche coetanee sono stata l’unica a potermi permettere questa gita, in quanto libera professionista che può organizzarsi indipendentemente il lavoro.
Dalla sala si alzano di nuovo consapevolezze e richieste critiche:
– Perché il desiderio nella materialità delle donne è andato da un’altra parte?
– Scegliamo rappresentanti che mantengano relazioni con le donne, con le organizzazioni sul territorio, con i luoghi di politica intermedi come il sindacato.
– Le donne non devono essere solo nelle istituzioni, ma anche nei giornali, nei media, negli ospedali.
– C’è uno scollamento fra la vita delle donne e e la sfera pubblica, dobbiamo tornare al territorio prima di pensare ai luoghi del potere.
– Il lavoro delle donne sta tornando ad essere servile?
– Non confondiamo la rappresentanza, con il diritto delle donne ad essere rappresentate. Dobbiamo avere regole leggere e relazioni forti, oggi è il contrario, abbiamo regole pesanti e relazioni deboli.
– Il reddito minimo garantito è il punto di partenza. Deve essere equalizzato ai bisogni del mondo globalizzato. Può essere fornito in servizi, oltre che in beni.

Nel pomeriggio ci dividiamo in gruppi, nel mio si segue lo stesso modello della mattina: interventi liberi, fluire, divenire. I temi irrisolti tornano a farsi sentire:
Il modello Keynesiano è stato trascurato. E’ finito l’uomo economico dobbiamo mettere al centro l’uomo solidale, quindi l’interdipendenza, la creatività. La pratica del femminismo deve esondare i luoghi del femminismo. Quale linguaggio stiamo parlando? Oggi mancano tante donne, come ci rivolgiamo a loro?
Lea Melandri riporta l’attenzione sulla cura. L’emancipazione femminile si è divisa in due correnti: l’assimilazione al neutro di genere, e la femminilizzazione del lavoro. Il pensiero della cura e il primum vivere, mettere al centro la vita. Il lavoro e la cura sono stati inquinati dalla produzione. Il potere è stato creato da soggetti maschi che davano per scontato la delega della cura alle donne. Dobbiamo riappropriarci del sapere specifico, senza deleghe. – Ma che cos’è la cura?- obbiettano alcune – nell’esasperazione della cura ci rimette anche l’oggetto che viene infantilizzato. –
Simona Marino, docente alla Federico II è venuta con le sue studenti:
– Non dobbiamo necessariamente cercare l’omogeneità degli intenti, ma cercare delle parole comuni di lotta, come “cura”, che identifichino la rivoluzione in questo momento storico-
Una donna dai capelli rossi appoggiata ad un bastone riporta la sua esperienza:
– Ho 83 anni e militavo con mia figlia in Lotta Continua. Ero d’accordo coi compagni, ma mi resi conto che ero sempre relegata al ciclostile, che facevo i presidi alle due del pomeriggio, quando non voleva andarci nessuno. Gli operai passavano, prendevano i volantini, guardavano le gambe a mia figlia..
Sulla terrazza passa una vento leggero, la luce si fa sempre più rosata. Lea riassume gli interventi:
– L’importante è la presa di coscienza. Questo è il punto di partenza. Il femminismo riesce a svelare, a spiegare quello che già vediamo, dona una consapevolezza di un sapere su ciò che abbiamo sempre visto. L’autonomia di pensiero è una pratica che deve continuare. Dobbiamo avere un pensiero alto: porci obbiettivi concreti e vedere la progettualità a lungo raggio. Il cambiamento avvenuto oggi dentro di noi va portato all’esterno, a confliggere con il territorio. 3 o 4 donne determinate portano un cambiamento nel loro contesto.

Il cambiamento, la consapevolezza, lo svelamento.
Tornando in albergo sento qualcosa che vortica dentro. E’ che al gruppo c’erano delle donne di Lucca, quelle della lista donne alle elezioni. E’ che abbiamo parlato e vogliamo fare qualcosa, insieme, sulla nostra terra ingrata. E’ che forse me ne sono andata troppo presto, ho gettato la spugna, mi sono sentita sola. E invece a Paestum scopro che non ero sola. Ci scambiamo gli indirizzi e i recapiti, fissiamo già qualche appuntamento. Indietro non ci tornerei mai, però posso fare qualcosa per sgretolare questo macigno amaro che mi trascino dietro da due anni.
“Certo che anche te, ti vedo bella presa eh?!”
La camera è un territorio franco dove scherziamo fra noi. Ci raccontiamo i pensieri sui gruppi, il bilancio della giornata, la nostra stanchezza, i commenti schietti sulle nostre città (“Renzi è il sindaco che tutta la destra ci invidia”), e su di noi (“Ma reggerà il lettino ?” “Uh che belle gambe!”), le impressioni impietose sul cestino-pranzo dell’albergo, e le pianificazioni per la giornata successiva:
“Domattina presto prendiamo le bici dell’hotel e andiamo a vedere il mare!”
“Sì ma prima facciamo colazione”
“Certo. Primum colazione”
Trovano spazio anche ponderate analisi sociologiche: “In seguito ad approfonditi studi ho riscontrato che anche stasera siamo andate in bagno in ordine d’età, quindi Alessandra farà la doccia per ultima”
Le mie compagne di stanza mi piacciono perché non si prendono troppo sul serio. Quando esco dal bagno con un velo di ombretto Renza coglie la palla al balzo:
“Trucca anche me!!”. E’ così che mi ritrovo ad applicare la sapienza di Clio make-up su una femminista. Mi sento parte attiva della sorellanza. Loro m’insegnano l’autocoscienza ed io le trucco. Ognuno contribuisce come può.

I templi dorati decorano la notte. Ceniamo sparpagliandoci fra i tavoli curandoci di rispettare le file:
“Scusate, posso assentarmi un attimo?”
“Attenta a nun scavalca’ la fila poi”
“Mannò mannò. E’ di Milano lei, nun passa avanti”
Dopo cena suona un gruppo di canto popolare. Bravi e simpatici. Uso la i perché nel gruppo c’è anche un maschio (“shcusate, c’hanno dato pure un maschio, che dobbiamo fa’?”), suonano tarantelle e tammuriate, ce ne raccontano le origini (“lo faccio per dare un’ombra di cultura alle donne del nord”), e ci trascinano in balli dai ritmi frenetici che dall’alto dei miei 30 anni fatico a tenere. Accanto a me ballano tutte, (e io sono fra le più giovani..), agitano fazzoletti, danzano, saltano, cantano, sudano, girano, ridono, sono sensuali e frenetiche, rigide ed eleganti, goffe e scatenate.

La domenica mattina prima della plenaria mi catapulto con le donne di Bologna all’area archeologica. Il silenzio immoto del tuffatore, i banchetti, le dee, le donne, la morte, le colonne, le strade, il teatro. Fa impressione vedere il segno dell’incisore, le sue incertezze e il suo sguardo, il suo presente nel nostro presente.

Allla riunione emergono altri spunti interessanti. Una maestra ricorda che nelle scuole di provincia le uniche figure che vengono a parlare agli studenti sono i preti e i carabinieri. Le catogorie che più di tutte custodiscono la tradizionale simbologia maschile. Lia Cigarini riporta l’attenzione sul lavoro:
– Le donne parlano del lavoro come parte di sé, sono se stesse nel lavoro. Il lavoro non è altro da sé, quindi portano la loro soggettività.
Mette in guardia sul pericolo dell’autoghettizzazione, bisogna parlare di universalità non solo di problemi “di donne”.
Da alcuni gruppi dove ci sono stati attriti viene fuori anche il problema del conflitto. Non dobbiamo aver paura di confliggere, il conflitto costruttivo è necessario, ci cambia, ma ci deve essere confronto, non autoritarismo.
Puntuali terminiamo alle 13. Si alzano Lea Melandri e le valorose donne di Artemide, che in 4 hanno organizzato un convegno nazionale: Maria Bellelli, Sabina Izzo, Gabriella Paolucci, e Rosalba Sorrentino.

Ci salutiamo, ci abbracciamo: saluto le amiche, le compagne di stanza, di cena di albergo, di gita. Sul treno ci ritroviamo. Le altre proseguono, io mi fermo un pomeriggio a Napoli: la città seduttiva come una vecchia signora dal trucco un po’ disfatto, che imbroglia sull’età.
Riparto la sera, con il treno notte. Spengo la luce, mi sdraio davanti al finestrino. Al buio guardo passare il paesaggio che non mi vede. L’Italia di notte si spalma sui vetri, appiglio alle sagome nere degli alberi le mie emozioni, i miei pensieri. Ho capito tante cose di me, di quello che voglio fare. Mi sento più mia. Ho voglia di fare, di dire, di piangere, di ridere, di arrivare. A malincuore appoggio la testa sul cuscino. Poi, piano piano, mi addormento…

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