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A quei tempi era così
le donne
contavano poco.
Potevano benissimo finire nella valanga.
[Cani camosci cuculi e un corvo – Mauro Corona]

“Mio figlio è un bravo ragazzo, è cresciuto in una famiglia per bene”
Suo figlio, sabato pomeriggio, è uscito di casa con un coltello di 6 cm. Vuole uccidere la fidanzata che l’ha lasciato ormai da mesi.
Non ci riesce. Uccide la sorella, colpevole di averla difesa.
“Non volevo ucciderla. Non le ho neanche dato volontariamente il secondo colpo”.
Gli sarà scappato. Una coltellata che ha sfondato le ossa di una ragazza che si dimena. A chi non succede. Io ho dei problemi a tagliare la zucca, ma vabe’, io non ho sviluppato i muscoli del mio corpo fino a raggiungere il fisico che l’assassino sfoggia in qualche foto su facebook.
“Sono uscito da casa con il coltello perché era mia intenzione uccidere Lucia se avesse ammesso il tradimento”
Anche questo tutto normale. Cose che i bravi ragazzi, di buona famiglia, evidentemente dicono.
Dov’è il problema allora?
Io ci credo che la famiglia di Samuele avesse tutti i crismi per risultare una famiglia normale agli occhi della società. Se fosse stata una famiglia “deviante”, il problema rimarrebbe contenuto in quel piccolo nucleo comunitario; è il fatto che questo quadro rientri, per ammissione dei suoi stessi membri, nella placida normalità di una società borghese, occidentale, “in pace”, quello che deve allarmarci.
Una donna di Cagliari a Paestum aveva proposto un’osservazione interessante: “E’ una nazione in pace una nazione che ci ammazza nell’ordine di 100 ogni anno?”

Che cosa spinge un bravo ragazzo a pensare che la sua fidanzata sia un suo possesso, e rimanga tale anche a mesi dalla rottura, al punto da pensare di disporre della sua vita e della sua morte a suo piacimento? Che cosa spinge i suoi familiari a continuare a ritenere un trascurabile dettaglio questa convinzione malata? Perché non è riconosciuta come un  valore negativo che compromette se non tutto il valore della persona, almeno la parte sociale/relazionale? Perché dopo anni dall’annullamento del delitto d’onore, ancora la vita delle donne è considerata subordinata alla vita dell’uomo? Se non è la famiglia, da dove gli assassini traggono queste conclusioni?
Questa è la domanda che dovremmo farci. Forse vedere appetibili pezzi di corpi femminili in mostra come quarti di prosciutto dal macellaio aiuta. Forse il fatto che il corpo delle donne, il seno, il fondoschiena, le gambe, serva a pubblicizzare qualsiasi prodotto, televisivo e non, aiuta anche questo. Le donne sono corpi da possedere, da consumare. Consiglio un giro su youtube, armati di tollaranza e ironia, per leggere i commenti che seguono i video di alcuni volti noti della tv italiana. Tipo Mara Venier.
Non sono moralista, intendiamoci, resta inteso che ogni donna può fare quello che vuole. Basta che sia lei a disporre del suo corpo, non qualche scaltro autore televisivo.
Ma il problema non è solo questo. Non esiste solo la donna erotica, nei media. Esiste anche l’archetipo della madre. Della casalinga. Di colei che serve, che è funzionale alla realizzazione di qualcun’altro, meglio se uomo. Della donna che comunque non dispone di una sua indipendenza, autonomia, autodeterminazione. Della donna, comunque sempre debole, che va protetta. E la donna da proteggere è anche la donna da aggredire, perché, in ogni caso: lei non si sa, non si può, e non si deve difendere. Ci vuole l’uomo. Forte, deciso, risoluto, muscoloso.
E forse assecondando questo stereotipo che Repubblica cita le parole della madre dell’assassino? Della madre, che fa più sensazione, che, come ricorda anche il mio amico Giovanni (nb maschio), è considerata più responsabile del padre nella cura e nell’educazione dei figli.
La violenza sulle donne è trasversale all’estrazione sociale, culturale, all’età, alla geografia. Gli uomini che la agiscono hanno qualsiasi età, sono al nord come al sud, sono medici, studenti, operai, artigiani, artisti, e personaggi famosi (ricordate Marie Trintignan massacrata dal cantante dei Noir Desir?).
Non esiste amore in un uomo che ti picchia, che ti opprime, che ti fa violenza psicologica. Non sono donne tonte quelle che si fidanzano con gli assassini. E’ che la violenza è subdola e non si vede subito. E’ che siamo anche noi così intrise dallo stereotipo dell’uomo forte e della donna crocerossina, muto angelo del sacrificio, che non sempre riusciamo a prenderne coscienza.
E’ che forse certi comportamenti, certi atteggiamenti, certi pensieri, certi stereotipi dovrebbero essere stigmatizzati dalla società. Gli stereotipi, prima ancora delle persone che li metteranno tragicamente in pratica.

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