Tag

, , , , , , , , , , , ,

Siamo un campo di grano maturo
a 30 anni
non più acerbi, non ancora secchi.
[Oriana Fallaci – Se il sole muore]

Per la presentazione del libro di cui sotto, ho deciso di chiedere a un gruppo di donne (donne trentenni, diversamente giovani) che cosa ne pensassero della tv, della rappresentazione della donna, del ruolo della tv italiana, dei programmi “femminili”, di come viene affrontata la sessualità sui media. Ho chiesto loro se sentivano delle pressioni della società, quali erano, e, nel caso, se trovavano che la tv parlasse di questo fenomeno o contribuisse ad analizzarlo. Ne è risultato un meraviglioso quadro: vivo, pulsante, vero. Una voglia di raccontarsi e di esserci. Opinioni ponderate, pensate, o gettate con emozione. E’ stata, dopo 30 anni, attraverso il potente mezzo che è il social network, (per il cui approfondimento rimando all’articolo di Lea Melandri) una sorta di moderna autocoscienza.
Le dieci intervistate sono nate fra il 1977 e il 1981, ad eccezione di una, classe 1986. Hanno frequentato tutte l’università, e lavorano. Quasi tutte svolgono una professione qualificata, alcune lavorano nella comunicazione. Alcune di loro sono madri.
Per contestualizzare il periodo storico delle nostre date di nascita possiamo dire che sono gli anni che Daniela Brancati (“Occhi di maschio”, Donzelli Editore) indica come la fase televisiva in cui il presupposto di educare lo spettatore, faro guida della prima Rai, lascia lo spazio al tentativo di resistere sul mercato, dominato dall’avvento delle tv private; nel 1978 Silvio Berlusconi acquista Telemilano. Si cerca audience, tutto verte all’intrattenimento. La pubblicità irrompe nei programmi, gli spettori diventano consumatori. Berlusconi cerca di compiacere la spettatrice e lo spettatore dando loro l’ideale patinato di vita delle soap, fuori dalla realtà. E’ in questi anni che i nostri televisori si riempiranno di donne formose, ammiccanti, seducenti, seppure l’immagine della donna fosse già dagli inizi schiacciata sul solito stereotipo casalinga madre (pettegola)/donna da consumare (per approfondimenti rimando sempre ad “Occhi di maschio”).
E’ quindi in questi anni che avviene lo scollamento fra la realtà e la rappresentazione mediatica?
Vedendo gli spezzoni di “Si dice donna” sono stata presa da emozione e rabbia. Sembra impossibile pensare che in prima serata si vedessero donne vere che parlavano di problemi veri. Suona strano vedere Nicoletta Orsomando che si definisce “femminista”. Femminista. Ora femminista è quasi una parolaccia. Non ricordo nessuna donna della tv che si sia mai denominata con fierezza “femminista”. Addirittura ci sono movimenti che si occupano di pari opportunità che faticano a dichiararsi femministi. C’era, negli anni 70, la voglia di identificarsi con qualcosa di cui si riconoscevano i meriti.
Quand’è avvenuto allora il discredito? Perché serpeggia questa diffidenza verso le femministe?

Nelle trentenni c’è tanta voglia di parlare di sé stesse, ma su di loro si sono stratificati anni di pregiudizi che forse le rendono un po’ diffidenti verso i luoghi del femminismo. Non sanno come farlo, dove farlo. E poi l’emancipazione malata ha fatto il resto. Sono sature di sessualità morbosa e sterotipata, in cui non si riconoscono benché si siano quasi persuase che sia solo quello il modo per trattare il sesso in tv. Essere cresciuta negli anni 80 te lo fa pensare.
Da una parte il bombardamento mediatico ha demonizzato il femminismo, dall’altro la corruzione dei costumi (chiamiamola così) ha stufato le donne. Tutto questo arriva ora in Italia, una nazione prevalentemente dislocata nella provincia, dove il puritanesimo ha sempre tenuto saldamente. Si sta creando una confusione immane. Però è un clima fertile. Assetato.

Veniamo alle risposte.
Rispondendo alle domande sulla rappresentazione della donna in tv, il discorso è sempre stato spostato prepotentemente su loro stesse, sul corpo, anche sulla loro sessualità, sulla richiesta di informazioni e di contatto che vorrebbero avere; e su come abbiano totalmente screditato l’emittenza televisiva per questo ruolo. Sono risposte molto molto belle, che riportano violentemente alla realtà delle donne.
L’uso della tv ha screditato il medium. Hanno sfiducia nel mezzo. Non gli riconoscono autorevolezza, seppure vorrebbero vedere più programmi didattici e di divulgazione.
“Sono cresciuta con la tv ma imparare è un parolone”
La tv ha provocato scollamento quando non addirittura inimicizia:
“Vedo la tv come un insieme di persone false che parlano di cose che non conoscono. Un branco di attori da strapazzo. Mi sento presa in giro. La tv secondo me è un insieme di persone ricche che per fare soldi e carriera non si fermano davani a niente. I giornalisti poi ti raccontano le cose in una maniera o nell’altra a seconda di chi li paga. La tv e la politica per me sono l’insieme delle persone più mafiose sulla faccia della terra”
La tv non diverte neanche più, non è più capace di selezionare nel calderone, è il punto di partenza, quasi un vomitatoio di presunti nuovi talenti.
La tv non aiuta a pensare, ha perso la funzione educativa (io direi anche: e menomale). E’ vista come il moderno oppio dei popoli. “Addormenta”, “annoia”, “anestetizza”. Questo riguardo anche a come viene trattata la donna, spesso indicata come vittima, oggetto di violenza:
“Le vittime di violenza vengono normate da trasmissioni come Amore Criminale”
E’ come se le donne che appaiono in tv dovessero essere non solo plasmate dal male gaze, ma anche facilmente riconoscibili, e ricondubili allo stereotipo.
Le trentenni vorrebbero vedere invece donne normali, che siano credibili e professionali e non “la macchietta di loro stesse”.
“Ok alle trasmissioni di donne per donne, ma attenta alla conduttrice!”
Delle donne se ne parla solo attraverso la prospettiva maschile. Di realtà si parla solo nelle reti non ufficiali, e solo dopo una certa ora. Le donne vorrebbero un contatto vero, non filtrato, non fagocitato e digerito dalla macchina per i soldi.
“Le rare volte che ho visto un talk show ho sempre sofferto dentro nel senso che avevo tanta voglia di dire la mia agli altri e chiaramente non potevo. Preferirei confrontarmi faccia a faccia con altre donne, in un gruppo, piuttosto che guardarlo alla tv”
Le spettatrici quindi sono consapevoli e critiche, conoscono i meccanismi del medium e si sentono prese in giro.

Alcune domande poi indagavano il sesso in tv. La maggioranza delle intervistate vede la sessualità in tv ridicolizzata, grottesca, “stramba”, “inverosimile”, “imbarazzante”, così come è trattata proprio nelle trasmissioni che si presuppongono di rappresentarla in maniera informativa, autorevole e asettica (uno dei riferimenti delle domande era “La mala educaxxxion”). Come reazione a questa ridicolizzazione in cui non si sentono rappresentate: alcune di loro chiedono che in tv si parli di sessualità includendo anche la parte emotiva e psichica; altre, presa coscienza dell’impossibilità di rappresentare realmente le emozioni in tv, preferirebbero che ci si limitasse alle informazioni pratiche, sulla salute, sulla contraccezione, e sull’aborto.

E veniamo all’ultima parte. La mia preferita.
Nove intervistate su dieci (9 su 10!) alla domanda:
“Senti delle pressioni della società su di te?” rispondono che la pressione principale che sentono su sé stesse riguarda la maternità.
“Ho 30 anni, ho un compagno, tutti mi chiedono quando faccio un figlio”
E allora Houston abbiamo un problema!! Sono pressioni così insistenti che sentono quasi dei sensi di colpa, la necessità di doversi giustificare. E non finisce qui.
“Alle volte mi sembra che mi venga chiesto di essere perfetta e brillante in tutto, con mio marito, con mio figlio, nel lavoro, e naturalmente in perfetta forma fisica”.
Quando chiedo se vedono rappresentate le giovani madri in tv, e se la tv si occupa di maternità, mi rispondono che le trasmissioni che parlano di giovani madri sono principalmente i reality: “16 anni incinta”, “24 ore in sala parto”, “Teen Mom”.
Ora. Io non voglio dire che la tv è responsabile delle pressioni sociali circa la maternità, ma vedere sbattute in tv delle sedicenni americane che prolificano, secondo voi, aiuta?
Siccome sono persuasa del fatto che per criticare bisogna conoscere, mi sono guardata “16 anni incinta” su Mtv, rete, ricordiamolo, dedicata ai teenager. Se l’accento della trasmissione fosse posto sui problemi immani che le madri adolescenti devono affrontare; se si ricordasse almeno una volta all’ora che le responsabilità dei figli sono delle madri quanto dei padri; se ci fosse da qualche parte una postilla che ci informa che stiamo guardando un contesto statunitense e che da noi le cose sarebbero parecchio diverse; se nella tv s’informasse la spettatrice dell’esistenza delle madri adolcescenti così come della possibilità legale di abortire e delle varie forme di contraccezione, come 3 scelte libere e scevre dai pregiudizi, a me “16 anni incinta” mi sarebbe anche piaciuto.
Ma come mai in Italia si vuol fare gli emancipati senza mai passare dall’emancipazione? Come mai si fare i “femministi” senza mai passare dal femminismo? Come mai si parla tanto a sproposito delle/dei trentenni e raramente ci si preoccupa di chiedere la loro opinione?

In conclusione mi rammarico che le risposte delle trentenni abbiano trovato scarso successo presso gli esponenti della tv, che avrebbero potuto sfruttare meglio l’occasione di ascoltare quella fascia di popolazione che ultimamente si cerca spesso conquistare. Questa inchiesta non ha intenti scientifici, le 10 trentenni rappresentano solo loro stesse. Ma se 10 su 10 hanno un’opinione, quest’opinione non può essere trascurata.
Chiudendo, lancio una provocazione. Si blatera tanto della mia generazione, veniamo sempre tirati in causa come responsabili di ogni male. Negli anni ’90 eravamo vandali, ora siamo i bamboccioni. Siamo individualisti, siamo quelli che non hanno lottato, che hanno trovato tutto scodellato e non si muovono mai.
E’ parzialmente vero. Ma se siamo così pessimi, è possibile che sia solo colpa nostra? Siamo cresciuti così ignavi da soli? Negli anni ’80 e ’90, quando assistevamo alla degradazione della tv, della politica, dell’istruzione, del diritto del lavoro, eravamo ancora troppo piccoli/e per fare qualcosa. In quei momenti, al vertice dei media, delle aziende, della potere economico e politico, chi c’era? Forse c’erano quelle persone che troppo facilmente si sono sedute sui diritti conquistati e ora vengono anche maternalisticamente a dirci cosa dovremmo fare, ignorando che la ribellione non può partire dai consigli della generazione a cui ci ribelliamo?

Io sono un po’ stufa di sentirmi fare la predica. Ho 30 anni. Sono in grado di individuare da sola i modelli di donna da stimare, e da cui apprendere, avida di conoscenza come sono. Ho voglia di imparare e ho voglia di parlare.
A Paestum è stato detto che apparteniamo tutti allo stesso presente. E’ vero, ed è profondamente stupido continuare a cercare contrapposizioni. E per favore, che ognuno si prenda onestamente le proprie responsabilità. Non siamo più bambine.

Annunci