Ci scusiamo per il disagio
[Trenitalia]

ombrelloni

In quel tempo le donne si recarono al sepolcro e vi trovarono affisso un cartello: “Chiuso per ferie. Sono in apparizione alle 5 terre”. Dev’essere andata così. Altrimenti non si spiega l’abnorme afflusso di pellegrini su questo treno trasformato per l’occasione in un carro bestiame. Mi arrampico per accaparrarmi almeno un posto a sedere. Dovrò starci seduta, senza aria condizionata, per parecchie ore.
I miei compagni di viaggio sono due trentacinquenni inglesi, uno indossa una t-shirt CCCP e legge assorto, l’altro in un brizzolato curatissimo scruta la biografia di Barbara Streisand; a determinati segnali telepatici alzano il viso e si guardano commentando con sorrisi sardonici i gitanti che affollano imprecando il corridoio del treno. Sono gli unici, in 8 vagoni, che non sudano.

Prima stazione. Sale una gita di pensionati dell’Inps che s’incastra negli interstizi lasciati liberi fra la mandria di adolescenti e le giovani coppie con prole.

Seconda stazione. I pensionati fanno amicizia con le giovani coppie con prole e cominciano a lamentare dolori alla sciatica. Gli inglesi si guardono, sorridono, scuotono il capo e si rituffano nella lettura. I pensionati surriscaldati fanno spalancare i finestrini del vagone. Gli inglesi non alzano gli occhi dal libro. Fra i pensionati si diffonde la notizia che il nostro finestrino è bloccato.

Terza stazione. Il treno non riparte. Un’anziana signora propone di scendere alla prima delle 5 terre per porre fine a questo strazio. Alcuni dissidenti rilanciano con la seconda fermata che magari c’è meno gente. Si discute democraticamente la proposta che viene bocciata dopo i successivi 15 minuti di sosta del treno. Quando la locomotiva ricomincia a sferragliare gli anziani gridano la loro indignazione in relazione alla necessità del treno di fermarsi alle prossime 14 stazioni e avanzano l’ordine di non fermarsi impedendo così ad altri passeggeri di salire: che siamo gia carichi al massimo e Mara non intende abbandonare la sua postazione di appoggio alla porta che le consente di scaricare il peso del baricentro a terra senza gravare sull’anca già compromessa.

Quarta stazione. Tafferugli nel corridoio. Un gruppo di stolidi nipponici cerca di colonizzare i gradini dietro le porte scorrevoli. I pensionati compatti gridano il loro orgoglio partigiano e invocano l’azione coatta del controllore per dissuadere i giapponesi dall’attacco. Il controllore si appella all’uguaglianza fra gli uomini postulata dalla dichiarazione dei diritti dell’uomo e dalle rivoluzioni sociali moderne. Si teme il linciaggio. Alvo grida a Mara di mantenere il presidio. Un cinquantenne partonepeo lampadato aggancia la moglie al braccio e la lancia sul treno. Un leghismo soffuso scardina l’odio razziale verso gli orientali, che, ragionevoli, decidono di arrembare il prossimo treno. Le porte si chiudono. L’Inps tira un respiro di sollievo. Una signora dagli occhi a mandorla fotografa l’accaduto. Il treno riparte lento sotto il sole battente. Gli inglesi si guardano sornioni, tifando silenziosamente per l’eleganza Edokka.

Graziano decide di tirare su il morale della ciurma e ricorda all’equipaggio che gli ebrei stipati nei treni per i lager hanno subito disagi peggiori. Scorro rapidamente le immagini strazianti di “Se questo è un uomo”, mentre odo Fernanda rispondere che gli ebrei non l’avevano mica deciso loro di andare in gita ad Auschwitz per il week end. Il nervosismo comincia a serpeggiare fra gli attempati passeggeri seminando germogli di discordia:
– Come stai?
– Se fossi appoggiato come te starei in paradiso.
E’ giunto il mio momento. Sopra di me oscilla come un’amaca un ometto simpatico aggrappato al portabagagli con tenacia tarzanesca. Gli chiedo se vuole sedersi al mio posto. S’irrigidisce pieno di contegno:
– Vede signorina quando cominciano a dirmi queste cose vuol dire che sono vecchio. Non si preoccupi. Sto comodo così. –
Per la cronaca era quello che prima lamentava la mancanza di un punto d’appoggio. Questa gente ha davvero ricostruito l’Italia.

Undicesima stazione. La prima delle 5 terre. Gli anglosassoni senza scomporsi tirano giù dalle traversine due trolley laccati blu, li fanno rollare fino alla porta ed escono. Tutto senza il minimo contatto. Mi salutano e gli auguro buon viaggio. I pensionati si avventano sui due sedili. Molti passeggeri abbandonano la nave creando provvido spazio vitale. La gita dell’Inps ormai quasi completamente seduta decide di compatta di scendere a Monterosso depennando dal palinsesto la passeggiata sul sentiero dell’amore, che dopo 30 di matrimonio non è più necessaria, e la visita alle altre 4 terre. Il programma prevede unicamente il ristoro in trattoria. Fernanda borbotta che per cena sarà sufficiente scongelare il brodo. Mi volto verso il mare azzurrino da affettare. Nando si accomoda accanto a me dopo aver vinto il posto ad una rapidissima mano di ramino:
– La signorina è alta, nevvero?
– Abbastanza: ummetresettantasei.
– Lo vedo dal femore
– …prego?
E così novellando vien del suo buon tempo quando ai dì della festa egli si ornava ed ancor sano e snello solea danzar la sera intra di quelle che si rivelavano essere sempre delle nane, così si vide costretto ad affinare l’istinto di sopravvivenza imparando a calcolare l’altezza dal femore, facilmente valutabile anche da sedute. Un’arte che è sopravvissuta al tempo e a 40 anni di vita coniugale. Colgo l’occasione per alzarmi invitando così gli ultimi sopravvissuti a sedersi:
– Mannò signorina stia, si figuri…
– Insisto, tanto scendo..
Al mio posto si accomodano in 3.

Quindicesima stazione. La gita toglie le tende. Mi salutano ridanciani dandomi appuntamento per il ritorno. Sorrido accondiscendente e riparto verso la stazione centrale di Milano…

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