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Finalmente il sud!
E’ online l’estratto dell’ultimo capitolo dell’inchiesta, quello girato ottobre 2013 a Capaccio capoluogo, un delizioso paesino arroccato sulla collinetta che divide il mare cilentano dai templi di Paestum.

E’ forse il documentario che mi ha spiazzato di più. I bambini e le bambine hanno dato risposte inaspettate, a volte interpretate con consumata sapienza attoriale, spesso divertentissime. Dalle loro parole s’intuiva spesso un sostrato di profondità, di vita, di esperienza, che non è comune in individui sotto gli 11 anni.

C’erano pochissime bambine nella scuola. In una classe particolarmente scalmanata ce n’erano soltanto tre. Entravano nell’aula dell’intervista con discrezione, seppur padrone dei loro passetti. Sguardo dritto, per niente intimidite, silenziose e riflessive. Un atteggiamento completamente diverso dai loro compagni, che entravano vergognosi e tornavano in classe ribaldi, millantando una pirateria che non avevano avuto nei 10′ precedenti. Parlai di questo con una delle tre bambine, prima dell’intervista:

– E’ che i miei compagni sono abituati ad esprimersi solo in gruppo. Da soli non sentono più la forza.

Otto anni, signora mia. Otto anni. Una responsabilità delle proprie emozioni e di quelle degli altri che io alla sua età me la sognavo.

 

Dell’ottenne pettinato come Buster Keaton ho già parlato. Quello che non ho detto è che ho faticato a mantenermi impassibile durante tutto il nostro dialogo. E al “da stramazzo” (vedi video sopra) sono esplosa a ridere. Non ce l’ho fatta, lo confesso. A fine intervista gli dico, sorridendo:

– Senti, forse tu non dovresti fare il dermatologo da grande. Tu dovresti fare l’attore.

Il giorno dopo mi becca nei corridoi. Lo saluto. Mi si avvicina e impastando l’aria con mano aperta mi dice:

– Ahè l’ho detto a mia madre eh?
– Che cosa?
– Quella cosa dell’attore.
– Ah. E che ha detto?
– Ha detto: “eh mo’ vediamo”.

Ce ne sono state tante di soddisfazioni durante la realizzazione di questo video. Dalla bidella che mi dava del voi e mi portava ossequiosa nella mia auletta, al dialogo con la preside che con sguardo vero, mi parlava delle sue speranze dei suoi dubbi delle fatiche e delle soddisfazioni. Dalla generosità della maestra Teresa Cafasso che mi ha accolto e accudito come pochi nella vita, all’ultimo pranzo a base di mozzarelline e pomodori guardando tutto il mare del golfo.

E ovviamente, nelle risposte di certi bambini e certe bambine. Il seienne che:

– Sai, anche mio padre tiene una telecamera come te, però la sua è una telecamera vera.
– Ah.
– E’ più grande. Però non tiene le zampe come la tua.

La tassonomia applicata all’attrezzatura. Come fai poi a chiamarlo cavalletto.
Quando avevo finito tutto, una docente mi prega di intervistare un bambino che non ha ancora portato la liberatoria. Mi dice che me la farà avere, ma che è importante che partecipi. All’inizio sono un po’ restia, poi cedo. Mi dicono che non è un bambino facile, è possibile che non risponda.
E invece la sua intervista è una delle più sorprendenti. Emergono riflessioni acute, inusuali, che nessuno aveva fatto prima di lui.

– Senti ma ho detto cose sceme?
– Ma vuoi scherzare?!? Sai che tu hai fatto delle osservazioni interessantissime a cui nessuno era arrivato prima.

Mi guarda spalancando gli occhi. Sorrisone:

– Davvero??? Allora posso dirlo in classe?

 

Il capitolo integrale dura 35′ ed è stato proiettato l’anno scorso a Capaccio, il 15 marzo, nell’incontro che le grandissime e infaticabili donne de Leartemidi, hanno organizzato proprio per parlare di genere, e di storie ad esso collegate. Con la loro caparbietà avevano ottenuto, dall’amministrazione un po’ dormiente, una sala grande, riscaldata che profumava di cannella, perché dopo la proiezione c’era uno spettacolo teatrale su Shéhérazade fra dune di lenzuola imbrunite dalla spezia ambrata.

La seconda proiezione è avvenuta a settembre, alla tenuta Lupò, sempre a Paestum nell’ambito della Convention Cinema Civile di Paestum, organizzato da Alberto Franco.

 

Ah! Un’ultima cosa. Un bambino (anzi due) uscendo dall’aula dell’intervista è rimasto perplesso. Gli chiedo come mai. Mi risponde che quest’intervista è difficile. Ci sono delle domande che non ha capito. Gli chiedo quali, se può spiegarmi ed aiutarmi a correggerle. Quello che ha risposto lo vedete alla fine dell’estratto…

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