Non c’è due senza tre

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Ci siamo.
E’ fatta.
Il terzo capitolo è pronto.
Giovedì 14 novembre uscirà ufficialmente da questo computer e sarà proiettato davanti ai suoi protagonisti: i bambini e le bambine della scuola primaria “San Rocco” di Palazzolo sull’Oglio, provincia di Brescia.
Il comune di Palazzolo organizza un ciclo di incontri a tema “Dalla parte dei bambini e delle bambine” alla biblioteca civica “Lanfranchi”, ed è lì che vi aspetto, alle 20.45. L’incontro sarà guidato da Giorgia Vezzoli, una delle persone senza le quali questo terzo capitolo non sarebbe nato.

dalla_parte_delle_bambine

E da qui parto a pioggia per rigraziare la preziosissima maestra Giovanna B., che mi ha scarrozzato, guidato, aiutato, e infuso un sacco di energia; la dirigente Cassarino che mi ha gentilmente ospitata, e Stefano V. grazie a cui è partito tutto. E poi tutti i bambini e le bambine che mi hanno accolto, che mi hanno fatto sorridere, che mi hanno scrutato con sospetto e curiosità, che pazientemente si sono prestati a rispondere tutte le domande, e che mi hanno intrattenuto durante un pranzo alla mensa più formativo di 40 briefings. E i loro genitori, che si sono fidati con tanta generosità, e la madre del bambino influenzato che l’ha portato a scuola solo per me durante l’intervallo! E poi tutti i maestri e le maestre, che hanno interrotto le loro lezioni per le mie interviste, e tutto il personale della scuola, il cui aiuto è sempre indispensabile. E per finire il comune, e tutta l’organizzazione di questo incontro.

Concludo con qualche anticipazione. Un assaggio delle risposte più imprevedibili ascoltate in questo terzo capitolo…

Bambino, 8 anni.
– Come ti vedi da grande?
– Riuscirò a prendere le cose in cima agli armadi.

Bambina, 7 anni.
– Ti piacerebbe essere un maschio?
– No.
– Perché?
– I maschi hanno sempre caldo.

Bambino, 6 anni.
– Come sono i maschi?
– Fumano.

Bambina, 9 anni.
– Perché ti piace essere femmina?
– Per come mi trattano i miei genitori.
– E come ti trattano i tuoi genitori?
– Con cura.

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Aggiornamenti di un’estate produttiva

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elle kids

Ancora qualche passetto.
L’inchiesta aggiunge nuovi capitoli! Il terzo, realizzato nella scuola elementare di Palazzolo sull’Oglio (Bs), sarà presentato il 14 novembre proprio a Palazzolo. Prossimamente vi darò i dettagli. Fra i bambini e le bambine intervistate anche una futura calciatrice…
Il quarto capitolo invece verrà girato a Paestum, subito dopo il convegno nazionale. Non vedo l’ora.
All’orizzonte si stanno profilando nuove proiezioni, e ulteriori capitoletti, incrociamo le dita.

Nel frattempo “Ma il cielo è sempre più blu” conquista nuovi spazi!
Il 13 febbraio su Reteconomy, canale 816 di Sky, è andato in onda un pezzetto del documentario, ospite della trasmissione “50 sfumature di rosa” sugli stereotipi di genere. Per chi (come me, ma non scriviamolo troppo forte) se lo fosse perso, le puntate saranno replicate dal 2 all’8 settembre, visibili anche in streaming.
Online la clip del passaggio in tv con i commenti delle esperte Patrizia Romito e Caterina Grego.

reteconomy
Dulces in fundo: di nuovo su Elle! Nell’allegato Elle Kids di settembre nell’inchiesta sui pregiudizi sessisti di Monica Piccini “Una rivoluzione di genere”, trovate il trafiletto, che vedete nella foto sopra, dedicato alla mia inchiesta! Lo trovate in edicola fino a metà settembre, insieme ad Elle, edizione in A4.

A presto con i nuovi sviluppi!

ps
“Ma il cielo è sempre più blu” compare su L’Espresso! Lo cita Monica Martinelli a proposito dell’importanza dell’educazione nella lotta agli stereotipi, in occasione del lancio della sua casa editrice Settenove. Trovate l’articolo per intero nella Rassegna stampa.

E te dove vai in vacanza?

Non leggo mai trattati di economia politica
Comunque se mi toccano
dov’è il mio punto debole
divento incandescente
[Una vipera sarò – Giuni Russo]

aereo

No, io in vacanza non ci vado. Ho preferito risparmiare in previsione dell’inverno rigido che mi aspetta. Cheppoi le vacanze d’estate sono carissime e dappertutto trovi un sacco di gente e non te le godi. E le vostre foto di lidi cristallini, che m’inondano la home di facebook, sono acerbe.
Ho approfittato dei tempi morti, e sono scesa al paese avito, per sbrigare le robacce burocratiche e fiscali che rimando sempre, nell’incapacità assoluta di capirci qualcosa. Così sono passata dal commercialista, dall’ufficio postale, ho fatto un salto veloce all’anagrafe, una telefonata in questura, e una al call center dell’INPS.
E dunque ho pagato le imposte per il passaporto, l’iva, la nuova tassa per i crediti, e sto attendendo trepidante il salasso della gestione separata. Insomma, sto dilapidando l’equivalente di una settimana a Zanzibar.

Alla posta sono passata 3 volte, perché dovevo estinguere un conto. Mi hanno detto che alla terza volta avrei finalmente riscosso gli interessi e risolto tutta la pratica. E invece il conto non si può ancora estinguere, però intanto devo pagare 20€. A quanto pare i miei risparmi, accumulati in 32 anni di regali delle nonne e oculatissima gestione dei guadagni, risultano, agli occhi del signor Mario Monti, un indice di opulenza. In effetti, benché da 3 anni risparmi per comprarmi un’attrezzatura che mi permetta di lavorare meglio, con la stessa cifra potrei acquistare mezza lampada Flos, fulgido esempio di lusso fine a sé stesso. Come la settimana a Zanzibar di cui sopra.
Evabbe’. Paga la tassa, usufruisci dei servizi. Si sa.

Così sono passata dal commercialista, quella figura professionale alla cui misericordia mi voto nei momenti di disperazione da CUD. Dice che ora sono una partita iva, e devo pagarmi i contributi da sola.
– Per cosa li pago i contributi? Per una pensione che non avrò mai?
– Li paghi per la scuola e per l’assistenza sanitaria, cose di cui hai usufruito da sempre.
E’ vero. A febbraio, per esempio, sono stata dall’oculista. Ho atteso 6 mesi per avere una visita. Quando sono arrivata avevano fatto dei casini coi nominativi, così ho dovuto aspettare un’altra oretta. L’oculista in compenso è stata velocissima: in meno di 10′ mi ha sistemato. Le ho chiesto che problema avessi e mi ha detto che mi era peggiorata la miopia.
Peggiorata? ho chiesto io, che leggendo gli ingredienti della crema Neutrogena a 1m e mezzo di distanza, ho sempre pensato di avere delle diottrie in più.
Peggiorata! mi ha risposto secca lei. La miopia non viene dal niente, signorina. E’ appunto per questo, le ho risposto, ma non mi ha dato tempo di finire.
– Allora non ci siamo capite signorina, lei era già miope prima, e ora è peggiorata! –
E ha compilato in fretta la prescrizione degli occhiali.
Talmente in fretta che ha invertito gli occhi, e quando ho portato la ricetta dall’ottico ho dovuto sborsare altri 70€ per rifarmi il controllo della vista. Ma sono stata contenta, perché è stata una visita accurata e attenta, più di quello della dottoressa del servizio sanitario regionale toscano.
L’ultima cosa che ho fatto, prima di partire da Milano, è stata mutuarmi in Lombardia.

Che comunque la Toscana è una regione attenta eh, pare abbia lo stato sociale migliore d’Italia. Addirittura stanzia dei fondi per i giovani che vogliono andare a stare per conto proprio. Te cambi residenza e la regione ti paga una quota dell’affitto. Purché che tu rimanga in Toscana. Così almeno rifocilli le tasche dei padroni di casa autoctoni, i cui appartamenti esosi, altrimenti, rimarrebbero sfitti, e sarebbe un peccato…
Insomma dovrò sborsare un sacco di soldi, pagarmi i contributi, e anche l’affitto, ma in cambio qualche servizio mi verrà dato, magari un domani, quando saremo messi meglio. Epperò c’è quella storia del pulmino che continua a frullarmi in testa.
Il commercialista nel frattempo mi ha richiesto un codice, un numeretto, una roba piccola e importante dell’INPS. Una di quelle cosine che infilo nel comodino, che vedi mai che un domani tornino utili. Come tutto ciò che riposa in quel casetto. Come i semi di cactus, lo scontrino della torta del mio 5′ compleanno, il righello preferito di quando non andavo ancora a scuola, i biglietti d’auguri di chi non c’e più, 50€, le bozze di racconti epistolari mai scritti, i rosari, gli assorbenti, 3 origami, un mazzo di carte, un dado con scritto “togli”, il biglietto di una commedia che avevo visto con la mamma, le istruzioni dei pattini che ho schiantato 10 anni fa. Tutti i ricordi che ho trovato sepolti in quel cassetto. E’ stato emozionante ripescarli. Ora devo solo trovare le parole giuste per spiegare al commercialista che penso di aver perso quel maledetto numero.
Per rimediare ho chiamato il call center. Mi ha risposto una ragazza che mi ha detto che quel numero non esiste. Il commercialista lo ritiene indispensabile, i miei amici dicono che deve esserci, ma al call center giurano di non averlo mai visto. Mi sono rivolta a un sindacalista. Dice che al call center ci mettono gente a progetto, sottopagata, demotivata, delocalizzata. Gente che non può sapere. Come sempre. Solo che io ora a chi lo chiedo?

Si diceva dei servizi.
I servizi di cui usufruisco, al momento, sono soprattutto quelli giornalistici. Ne godo i benefici ogni giorno, almeno due volte al giorno, solitamente durante i pasti. Mi raccontano di persone, ricche, con professioni ben pagate, che si riuniscono, fanno clamore, gridano allo scandalo, promettono guerre civili, e monopolizzano i media con la triste storia di un evasore fiscale, milionario, plurindagato, che ha fatto il bello e il cattivo tempo per 20 anni in questo Paese, e che ancora lo tiene in mano; che ha frodato il fisco arricchendosi per un bel po’, ma che ancora, lui, si rifiuta di pagare.
Io invece non posso esimermi, se voglio godere dei “servizi” di questo Paese. Per il momento, più che altro, non ho goduto delle vacanze. Ma non voglio stare qui ad elencare i miei sacrifici di formichina parsimoniosa, che poi piange la Fornero (la quale, già che c’era, ha proposto di portare l’aliquota per la gestione separata al 33%).
E’ che mi torna in mente una filastrocca di Rodari. In effetti, la cicala, non ha poi tutti i torti.

Immaginando immagini migliori

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Meritava.
Meritava strapparmi via dal mare per tornare nella cementatissima Milano. Ieri, alla stazione, accarezzata dalla brezza del tramonto, ho avuto un momento di esitazione. Menomale che per una volta nella vita ho usato il raziocinio.

All’entrata mi forniscono una brochure con il decalogo da seguire in caso di stalking. Sono informazioni utili e necessarie, mi lascia solo perplessa la 10:
“Ricordati che se sei vittima di una violenza ed hai figli minori, è tuo dovere tutelarli”
Solo mio? E il padre?
Anche sulla 3 avrei delle riserve:
“Se ti accorgi di essere seguita, dirigiti immediatamente verso un Ufficio di Polizia, non fare rientro a casa”
Giusto, ma inattuabile. Sono stata seguita più volte, ma non mi è mai venuto in mente di aprire la cartina per cercare con dovizia la stazione di polizia più vicina. Ho cercato sempre di seminare lo stalker, di raggiungere prima possibile un luogo protetto, inaccessibile, o una zona frequentata.

La conferenza si apre un po’ in ritardo, ma si tiene su un ritmo vivo, interessante. Si parte con le belle notizie. Giusi, una dipendente Rai di cui non ricordo il cognome, annuncia che la presidente Tarantola ha tolto dal palinsesto Miss Italia, e L’Isola dei Famosi.

Francesca Garisto, un’avvocata che collabora con la Casa delle Donne Maltrattate, sottolinea che una donna vittima di violenza, è una donna che perde le relazioni, il lavoro, la vecchia storia dell’empowerment, insomma. I figli che vedono la violenza probabilmente la reitereranno nelle loro famiglie future. La violenza è la prima causa di disabilità e morte nelle donne fra i 16 e i 40 anni. Più della malaria, più degli incidenti d’auto.

Massimo Guastini, parla di una campagna in cui un comitato scientifico si propone di monitorare la pubblicità, sia quella offline che quella online, dividendo a seconda del messaggio veicolato (ti discrimino, ti uso, ti emargino,..) con le donne e alle donne. Esiste una zona grigia indefinibile, che non usa richiami alla violenza o alla discriminazione, che è difficilmente sanzionabile, ma che contribuisce comunque a creare quell’immaginario di mercificazione e di svilimento della donna. E il problema non è solo la pubblicità, ma i media, in generale. La tv, in prima linea, quella pubblica, e quella privata, per cui non esiste una disciplina. Comunicare senza il nudo volgare è possibile, perfino per pubblicizzare il wonderbra.

Susanna Camusso si sofferma sul bacchettonismo, sotto vari punti di vista. Mettere in guardia le giovani donne sul modo di vestirsi, sui comportamenti morigerati da tenere, è un’aggressione sottile che viene perpetrata proprio da chi si propone di cambiare l’immagine e la considerazione della donna.
Bisogna poi essere laiche, se una vignetta è brutta su “Libero”, è brutta anche se è su “Il fatto quotidiano”. Ridere alle battute becere e grevi incrementa quel pensiero per cui:
“tu sei solo un’esposizione, e il modo di raccontarti lo decido io”

Dulces in fundo parla Laura Boldrini, un intervento lungo, vivo, vero, a volte velato di ironia, a volte di emozione e di amarezza. Parte con la consueta generosità, umana e gentile. Ringrazia la platea, le tante donne e i pochi uomini. Rimarca come sia importante invece la presenza degli uomini a queste iniziative, perché la violenza sulle donne non è un problema delle donne. Fa un accenno, come molti prima di lei, all’insulto ignobile rivolto alla Ministra Kyenge.
Parte da sé, come sempre, racconta dell’incontro con i genitori di Fabiana Luzzi
Cita l’Accademia della Crusca, che ha riconosciuto la correttezza lessicale del termine femminicidio. La cultura è importante, come l’educazione. Curare il linguaggio, fornire gli strumenti, ai ragazzi e alle ragazze, per stimolare il senso critico verso le immagini.
Ricorda poi che le prime disposizioni per regolamentare l’immagine della donna nel media risalgono al 1989. Nel 2008 l’Europa ci ha chiesto di intervenire per ridurre gli stereotipi di genere riverberati dai media. L’Europa, che solitamente viene scomodata solo per giustificare provvedimenti finanziari spericolati.
Patricia Scotland, nel suo mandato da ministra dell’Interno del Regno Unito, stabilì dei protocolli a livello di amministrazioni locali che ridussero la violenza sulle donne del 64%. Protocolli attuati a costo zero.
Conclude ricordando che denunciare le immagini, le parole, degradanti rivolte alle donne non è censura moralistica, ma è una battaglia per l’inviolabilità della persona.

L’incontro termina, il pubblico si alza, i fotografi e le fotografe si accalcano vicino al palco. Mi alzo, pacata, ostentando equilibrata soddisfazione. Per una volta non devo spalmarmi in terra a riprendere nella frenesia. Non ho voluto portarmi dietro la videocamera, che o si vive o si scrive, preferivo godermi l’incontro, tranquilla. All’arrivo della presidente avevo già il cellulare in mano cercando febbrilmente una messa a fuoco degna.
Mi avvicino anche io al palco, e in un impeto di sfacciataggine consegno il dvd nelle mani eleganti della terza carica dello Stato. Mi guarda e mi ringrazia. Le spiego in 3 parole (tre) cos’è. Non so se riuscirà mai a trovare il tempo di guardarselo, ma mi sembrava opportuno mostrarle quel piccolo mondo silente che ho visto io…

Ultima polka a Manarola

Ci scusiamo per il disagio
[Trenitalia]

ombrelloni

In quel tempo le donne si recarono al sepolcro e vi trovarono affisso un cartello: “Chiuso per ferie. Sono in apparizione alle 5 terre”. Dev’essere andata così. Altrimenti non si spiega l’abnorme afflusso di pellegrini su questo treno trasformato per l’occasione in un carro bestiame. Mi arrampico per accaparrarmi almeno un posto a sedere. Dovrò starci seduta, senza aria condizionata, per parecchie ore.
I miei compagni di viaggio sono due trentacinquenni inglesi, uno indossa una t-shirt CCCP e legge assorto, l’altro in un brizzolato curatissimo scruta la biografia di Barbara Streisand; a determinati segnali telepatici alzano il viso e si guardano commentando con sorrisi sardonici i gitanti che affollano imprecando il corridoio del treno. Sono gli unici, in 8 vagoni, che non sudano.

Prima stazione. Sale una gita di pensionati dell’Inps che s’incastra negli interstizi lasciati liberi fra la mandria di adolescenti e le giovani coppie con prole.

Seconda stazione. I pensionati fanno amicizia con le giovani coppie con prole e cominciano a lamentare dolori alla sciatica. Gli inglesi si guardono, sorridono, scuotono il capo e si rituffano nella lettura. I pensionati surriscaldati fanno spalancare i finestrini del vagone. Gli inglesi non alzano gli occhi dal libro. Fra i pensionati si diffonde la notizia che il nostro finestrino è bloccato.

Terza stazione. Il treno non riparte. Un’anziana signora propone di scendere alla prima delle 5 terre per porre fine a questo strazio. Alcuni dissidenti rilanciano con la seconda fermata che magari c’è meno gente. Si discute democraticamente la proposta che viene bocciata dopo i successivi 15 minuti di sosta del treno. Quando la locomotiva ricomincia a sferragliare gli anziani gridano la loro indignazione in relazione alla necessità del treno di fermarsi alle prossime 14 stazioni e avanzano l’ordine di non fermarsi impedendo così ad altri passeggeri di salire: che siamo gia carichi al massimo e Mara non intende abbandonare la sua postazione di appoggio alla porta che le consente di scaricare il peso del baricentro a terra senza gravare sull’anca già compromessa.

Quarta stazione. Tafferugli nel corridoio. Un gruppo di stolidi nipponici cerca di colonizzare i gradini dietro le porte scorrevoli. I pensionati compatti gridano il loro orgoglio partigiano e invocano l’azione coatta del controllore per dissuadere i giapponesi dall’attacco. Il controllore si appella all’uguaglianza fra gli uomini postulata dalla dichiarazione dei diritti dell’uomo e dalle rivoluzioni sociali moderne. Si teme il linciaggio. Alvo grida a Mara di mantenere il presidio. Un cinquantenne partonepeo lampadato aggancia la moglie al braccio e la lancia sul treno. Un leghismo soffuso scardina l’odio razziale verso gli orientali, che, ragionevoli, decidono di arrembare il prossimo treno. Le porte si chiudono. L’Inps tira un respiro di sollievo. Una signora dagli occhi a mandorla fotografa l’accaduto. Il treno riparte lento sotto il sole battente. Gli inglesi si guardano sornioni, tifando silenziosamente per l’eleganza Edokka.

Graziano decide di tirare su il morale della ciurma e ricorda all’equipaggio che gli ebrei stipati nei treni per i lager hanno subito disagi peggiori. Scorro rapidamente le immagini strazianti di “Se questo è un uomo”, mentre odo Fernanda rispondere che gli ebrei non l’avevano mica deciso loro di andare in gita ad Auschwitz per il week end. Il nervosismo comincia a serpeggiare fra gli attempati passeggeri seminando germogli di discordia:
– Come stai?
– Se fossi appoggiato come te starei in paradiso.
E’ giunto il mio momento. Sopra di me oscilla come un’amaca un ometto simpatico aggrappato al portabagagli con tenacia tarzanesca. Gli chiedo se vuole sedersi al mio posto. S’irrigidisce pieno di contegno:
– Vede signorina quando cominciano a dirmi queste cose vuol dire che sono vecchio. Non si preoccupi. Sto comodo così. –
Per la cronaca era quello che prima lamentava la mancanza di un punto d’appoggio. Questa gente ha davvero ricostruito l’Italia.

Undicesima stazione. La prima delle 5 terre. Gli anglosassoni senza scomporsi tirano giù dalle traversine due trolley laccati blu, li fanno rollare fino alla porta ed escono. Tutto senza il minimo contatto. Mi salutano e gli auguro buon viaggio. I pensionati si avventano sui due sedili. Molti passeggeri abbandonano la nave creando provvido spazio vitale. La gita dell’Inps ormai quasi completamente seduta decide di compatta di scendere a Monterosso depennando dal palinsesto la passeggiata sul sentiero dell’amore, che dopo 30 di matrimonio non è più necessaria, e la visita alle altre 4 terre. Il programma prevede unicamente il ristoro in trattoria. Fernanda borbotta che per cena sarà sufficiente scongelare il brodo. Mi volto verso il mare azzurrino da affettare. Nando si accomoda accanto a me dopo aver vinto il posto ad una rapidissima mano di ramino:
– La signorina è alta, nevvero?
– Abbastanza: ummetresettantasei.
– Lo vedo dal femore
– …prego?
E così novellando vien del suo buon tempo quando ai dì della festa egli si ornava ed ancor sano e snello solea danzar la sera intra di quelle che si rivelavano essere sempre delle nane, così si vide costretto ad affinare l’istinto di sopravvivenza imparando a calcolare l’altezza dal femore, facilmente valutabile anche da sedute. Un’arte che è sopravvissuta al tempo e a 40 anni di vita coniugale. Colgo l’occasione per alzarmi invitando così gli ultimi sopravvissuti a sedersi:
– Mannò signorina stia, si figuri…
– Insisto, tanto scendo..
Al mio posto si accomodano in 3.

Quindicesima stazione. La gita toglie le tende. Mi salutano ridanciani dandomi appuntamento per il ritorno. Sorrido accondiscendente e riparto verso la stazione centrale di Milano…

Al mio segnale scatenate l’inferno

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Erano i capei d’oro a l’aura sparsi
che ’n mille dolci nodi gli avolgea,
e ’l vago lume oltra misura ardea
di quei begli occhi, ch’or ne son sì scarsi
[Petrarca – Sonetto XC]

Festa della Liberazione a Milano,la manifestazione e i comizi in Piazza Duomo

Laura Boldrini.
E giù polemiche.
Le parole “laura” “boldrini” hanno in questi giorni sostituito i normali input di conversazione quali “mah questo tempo?” e “ciao come va?”, e producono lo stesso effetto imbizzarrente di “Frau Blücher”.
Abbiamo letto in tanti l’articolo di Concita De Gregorio in cui la nostra presidente della Camera parlava delle aggressioni sul web. In tanti invece hanno preferito leggere solo il titolo, e/o hanno desunto da questo contenuti che non c’erano. Lo stesso giornale che pubblicava l’intervista, creava una galleria dedicata con commenti di vari personaggi, e muragliate di tweet indignati, circa le presunte “auspicate censure” che Laura non aveva mai postulato. Molti blog oggi cercano di demistificare la notizia, ripulendo le parole della presidente da ciò che le è stato attribuito. La responsabile del putiferio è la titolazione arbitraria che avviene nei giornali. I titoli non vengono quasi mai scelti da chi scrive l’articolo, e seguono le linee guida dettate dalla direzione, in funzione degli scopi che ci si prefigge pubblicando quel giornale. Quindi, quando il titolo è pelosetto e combacia poco col contenuto, fatevi delle domande. Consiglio a tutti la divertita campagna che Luca Sofri sta conducendo sul suo twitter, collezionando titoli sensazionalistici come se fosse fantacalcio.
Recentemente era anche stato messo in evidenza come il titolo di un articolo in cui Laura Boldrini condannava l’attenzione pruriginosa al suo privato, facesse leva proprio su questa stessa morbosa attitudine.
Ma in tutto questo gran cicaleggio sono passati sotto silenzio gli argomenti chiave che la presidente cerca di portare alla ribalta, ed è in questa proposta che consiste, a mio parere, la sua portata rivoluzionaria.
Laura parla di donne. Di donne vere. Come lei.

A me Laura Boldrini piace. Lo dico chiaro e tondo prima che certa intellighenzia di sinistra cominci con i suoi “Sì ma”, ché l’avere riserve (non meglio esplicitate) verso il personaggio politico del momento è una delle pose più chic di certi salotti.
Nella tanto blasonata intervista, la Presidente della Camera dichiara:

“Non è una questione che riguarda solo me. Ci sono due temi di cui dobbiamo parlare a viso aperto. Il primo è che quando una donna riveste incarichi pubblici si scatena contro di lei l’aggressione sessista: che sia apparentemente innocua, semplice gossip, o violenta, assume sempre la forma di minaccia sessuale, usa un lessico che parla di umiliazioni e di sottomissioni.
Mi pare molto grave, molto pericoloso che si diffonda in rete una cultura della minaccia tollerata e giudicata tutt’al più, come certi hanno scritto, una “burla”. Mi domando che effetti profondi e di lungo periodo, fra i più giovani, un’immagine così possa avere.”

Nel suo intervento del 25 aprile a Milano ha detto:

“Con la liberazione dal fascismo ci siamo liberati, lasciatemelo dire, dalla celebrazione della virilità, del maschilismo, dalla riduzione della donna a madre e sposa”

Voi, questa parte del discorso, l’avete letta su qualche giornale? L’avete vista in qualche video? Qualche media vi ha fatto sospettare della sua esistenza? La potete sentire coi vostri orecchi, dal video che ho realizzato io, col figofono (la qualità è pessima eh)

 

Come mai tutte gli aspetti che riguardano le donne, vengono passati sotto silenzio? Perché vengono considerati di minor importanza? A meno che, naturalmente, colei che ne parla non sia già stata etichettata come “femminista”, un bollino rassicurante come quello giallo dei “bambini accompagnati” sui film, che avvisa l’utente che i contenuti sono di parte quindi può cambiare canale o può dare un valore pregiudiziale a ciò che viene detto. E sia chiaro, le femminista sono femministe. Cioè si occupano solo di donne. Non è che sono anche professioniste, politiche, registe, artiste, filosofe, dirigenti, presidenti, insegnanti, bariste, scrittrici, o chessò io. Sono femministe. Sanno solo di quello, si sono formate su libri di parte e hanno il diritto di parlare solo di quello. Io mi presento sempre come femminista, perché sono fiera di esserlo e voglio sgretolare la demonizzazione che è stata fatta di questa bella parola. Ma mi urta parecchio quando alla fine di ogni mio discorso c’è sempre qualcuno che mi dice “vabe’ ma te sei femminista”. Le femministe, e le donne, non sono una categoria a parte, da trattare con le pinze. Sono individui della società, che la portano avanti occupandosene su più fronti, secondo le caratteristiche e le specifiche di ognuna, alcune con più coscienza di ciò che sono.

E’ vitale quel partire da sé che ci mette in contatto con noi stesse, liberandoci di tutto ciò che ci viene appiccicato, ed evitandoci di appiattirci su un neutro convenzionale, cheppoi è declinato al maschile.
Ecco, è anche per questo che Laura Boldrini mi piace. Perché porta sé stessa, senza inquadrarsi in sovrastrutture. Perché s’insedia alla camera con la maglietta “inadatta”; perché comincia un’intervista dicendo che ha acquistato la giacca a 15 € dai cinesi; perché va alla mensa senza preoccuparsi del fatto che nessuna carica istituzionale ci ha mai messo piede prima; perché non manca mai di raccontare di sé, della sua esperienza, di ciò che ha visto nei campi profughi; perché non si è scordata dei suoi riferimenti; perché non ha paura di parlare di donne, né di tuonare contro l’atteggiamento subdolamente denigratorio della stampa; perché riflette sulle radici che stanno alla causa del femminicidio, senza strombazzarlo facendoci apparire solo vittime; perché comincia ogni suo discorso salutando “tutti e tutte”, indice di una cura, di un tempo impiegato a pensare a chi ascolta, che non è da tutti/e; perché non è “mansueta”; perché ha la responsabilità del suo posto, ma non ci si fa mettere. Eppoi anche perché incarna finalmente una bellezza altra, polverizzando in un colpo solo 3 stereotipi: la bella perché magra, la bella ma scema, la politica incartapecorita. Non è da sottovalutare questo aspetto, di fronte alle orde di ragazzine costrette a cercarsi dei modelli che non escono quasi mai da queste 3 gabbie.
Insomma a me Laura piace, perché la sento vicina, perché la vedo un po’ come me.
A tal proposito sento di dover aggiungere anche un altro motivo. E’ che anche lei ha i capelli lisci ma gonfi, proprio come me. E mi piace l’idea che la Presidente della Camera abbia i miei stessi problemi quotidiani.

Google o dell’andar occhieggiando

donne sfondo

Anche se non scrivo molto sono comunque attiva. E, anche se non dovrei dirlo, consulto spesso le ricerche assurde che impostate su Google e che vi menan qui. Fra i vari insulti, i consigli, i quiz cinematografici, le ricerche di stampo più o meno onanista, e financo le delicate dediche e le poesie (chiunque tu sia: grazie), spicca:

“cerco letto matr usato in ferro battuto caporali modello albero della vita”

In assoluto la mia preferita. Come avranno fatto ad arrivare fino a qui? Un enigma da Voyager. Fra i referenti dei siti spunta invece l’amministrazione del forum della Lines. Lusingatissima.

Mi riallaccio a questo per raccontarvi l’esperimento che ho “condotto” l’altro giorno. Ho googlato fra le immagini la parola “Donne”:
Risultati:
La maggior parte sono fote patinate di bellone varie, sempre poco vestite e/o in pose provocanti. L’origine riporta spesso a siti in cui si disquisisce di tronisti, o siti in cui si parla dell’immagine danneggiata delle donne in tv. L’immagine che risulta però è la stessa.
Ai primi posti della ricerca ci sono locandine che pubblicizzano, con immagini forti di donne ferite, iniziative contro la violenza sulle donne. E’ encomiabile e importante che sia così visibile questa lotta. Ma le immagini che si leggono sono immagini di vittime. Fa pensare.
Sempre nelle prime righe ci sono poi primi piani di donne famose: Meryl Streep, Marilyn Monroe, Maria de Filippi. Tutte varie coniugazioni del nome Maria, ma l’originale, stranamente, non c’è.
E poi risultati vari: un uomo truccato da donna, bianchennero di gruppi di signore anni ’50, qualche dipinto, e un dettaglio di una bocca che morde una tavoletta di cioccolato.
Tutto molto sibillino, no?

Impostando come criterio di ricerca “donna” invece si accede a dei risultati più personali. Dove cioè le donne sembrano soggetto, più che oggetto di dialogo, di desiderio, di informazione o di speculazione. Sono prevalentemente foto di ragazze e donne, tutte abbastanza rinfighite (ma chi non si mette pose plastiche sui vari profili? Dai), però ragazze normali. E oltre a come si ritraggono c’è una vasta carrellata di come vorrebbero essere ritratte, immagini tratte da dipinti, statue, disegni, foto delle donne più famose (attrici, cantanti, scrittrici, politiche, manager), qualche foto “neutra” di quelle che si mettono di corredo agli articoli che parlano di argomenti “femminili”, ma pochissime pose seducenti, (fra gli ultimi risultati) e quasi esclusivamente primi piani.

A proposito di immagini e di donne. C’è un bel progetto fotografico che analizza proprio le varie donnità che si chiama “Essere donne”, portato avanti autonomo e indipendente (leggi: senza finanziamento né sponsorizzazioni) da una giovane fotografa milanese. Ho partecipato anche io ed è stato bello, divertente, e energizzante!

Ma a parte tutto questo volevo aggiornarvi: “Ma il cielo è sempre più blu” sta andando avanti! Ho girato un nuovo capitolo in una scuola della provincia di Brescia. Sarà presentato a novembre a Palazzolo sull’Oglio, il paese che mi ha generosamente ospitata, cheppoi è anche nientepopodimenoché il luogo natìo di Giorgia Vezzoli.
E intanto continuano le proiezioni dei capitoli già finiti.
Il 17 aprile sarò all‘Alveare di Milano, ospite del corso sul femminismo tenuto da Lea Melandri.
Il 26 aprile sarò a Torino, ospite del convegno “Culture indigene di pace”.
Il 10 maggio invece sarò a Bologna, alla Libreria delle Donne.
Sulla sezione proiezioni di questo blog potrete trovare tutti gli aggiornamenti relativi alle passate e prossime presentazioni.

Il dvd è servito!

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Tempi bui e incerti in Italia. La crisi, le elezioni alle porte, i sondaggi, il papa dimissionario, lo scandalo delle banche, Mengoni che canta Ciao Amore Ciao come fosse lo slogan delle sottilette Kraft, ma, a confortarvi, dopo traversie innumerevoli, è finalmente arrivato il dvd di “Ma il cielo è sempre più blu”!
Si può acquistare tramite questo blog, grazie alla sezione dedicata, contattandomi tramite il form, via mail o nel modo a voi più comodo (basta sia socialmente acconcio).
Il prezzo per internet è di 13€ + le spese di spedizione. Il pagamento deve essere fatto tramite bonifico. L’invio del documentario sarà effettuato non appena viene registrato il pagamento.
Il dvd contiene i video integrali dei primi due capitoli dell’inchiesta, quello girato ad Altopascio (16′ 16″) e quello girato a Milano centro (39′ 56″). Entrambi i video sono in italiano.
Per garantirvi che non m’intasco i soldi e scappo (per altro con 13 euro ci arrivo giusto a Lodi, poi semmai ci becchiamo lì), vi fornirò il codice di tracciabilità della posta, con cui potrete seguire l’iter del vostro dvd che attraversa l’Italia nei sacchi postali.
Il dvd è destinato ad un uso privato, sono vietati il noleggio, la duplicazione, e le proiezioni, se non espressamente autorizzate.

A testa alta

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Nei quartieri dove il sole del buon Dio
non dà i suoi raggi
[Fabrizio De André – La città vecchia]

pescivendolo

La casa ha le pareti color fuxia. All’interno c’è un ventaglio enorme, due farfalle di ceramica, un poster di Jim Morrison, peluches, specchi, quadri, foto, piante rampicanti, una poltrona zebrata e una statua di Santa Rosalia adorna di rosari.
E 12 criceti, un cane della prateria, una shih-tzu con due cuccioli, e un fascinoso ragazzo tunisino, il suo compagno, unico maschio in casa. Perché lei, di maschi in casa, non ne vuole.
Lei è G di giorno vende le cozze, e di notte è una trans. Così mi ha detto quando ci siamo presentate al mercato rionale di uno dei quartieri popolari di Palermo.
Fuori splende la luna piena di luglio, la gente del quartiere è in poltrona, che guarda la tv. Sul marciapiede, la tv. Come il tappeto, il divano, e il tavolinetto per i piedi. Mi scrutano attenti quando passo, poi capiscono. Sono quella che è scesa da Milano per intervistare G. Il giorno dopo mi salutano tutti.
Quando arrivo G è in bagno che si sta mettendo le extension, biondissime come i capelli:
“Che dici c’appatta?”
Si passa un filo d’ombretto viola ed esce, sorridente ed emozionata. Mi mostra le protesi per il seno che le ha regalato un chirurgo, e me le fa toccare. Impressionanti. Sembrano più vere delle mie. Mi chiede come sta, se va bene per il video. Sulla faccia mi si stampa un sorriso a 42 denti.

Mi racconta di quando era bambina, dei suoi primi amori, delle sue sorelle che le passano i vestiti, di sua madre che l’ha accettata com’era “perché sei sempre mio figlio” e ogni tanto le da i consigli per il make up. Le chiedo se si è mai sentita discriminata, se ha mai avuto paura. Mi risponde che nel quartiere le vogliono tutti bene, che la rispettano, che lei capisce con chi si può confidare e con chi no, che le persone che ti dicono “mi fai schifo” sono quelle che vorrebbero essere come te, ma non ne hanno il coraggio.
“E io invece non mi vergogno di quello che sono, e me ne vado in giro così: a testa alta”.

Ogni tanto salta fuori qualche contraddizione. E’ contraria all’adozione di figli da parte delle coppie gay, lo trova contro natura. Il cane comincia ad abbaiare in cucina. Prende in braccio un cucciolo e lo coccola affettuosa.
“Ma saresti una buona madre?”
“Sì, sarei una buona madre”
Vorrebbe avere una figlia, rigorosamente femmina. Le domando se avrebbe qualche progetto per il suo futuro, mi dice di no, che la lascerebbe libera di fare quello che vuole. E mi rendo conto di aver fatto una domanda scema.
Mi dice che alle volte gli uomini vengono a comprare mezzo chilo di cozze per la moglie e già che ci sono si fissano un appuntamento per la serata. Mi spiega che ogni tanto fa del battuage, che le prostitute la scacciano e lei risponde che la strada è di tutti e lei può stare dove vuole. Da come mi descrive i rapporti ho l’impressione che questo sia il suo modo per sentirsi donna. Le domando se ha mai pensato di intervenire chirurgicamente per cambiare sesso. Mi risponde decisa che non lo farebbe mai. Il suo corpo di maschio le piace. Le piace curarlo, vestirlo, scolpirlo. Quando si riferisce alla vita diurna parla di sé al maschile, quando racconta la sua vita notturna parla di sé al femminile. Le chiedo in che cosa, allora, si sente donna.
“E’ che fin da piccola mi piacevano di più le cose da femmina”
Questa mi pare di averla già sentita.
“Tipo cosa?”
Mi dice che le piacevano i cartoni da femmina, i vestiti da femmina, i giochi da femmina, e che le è sempre piaciuto truccarsi. E truccarsi è una cosa da femmine.
O no?

Mi torna in mente che ho sempre sottoposto i miei fidanzati a sessioni di maquillage. Mi piaceva vederli truccati, e loro non si ribellavano poi tanto. Una volta ho parlato con un bambino che giocava alla scuola di danza insieme ad una sua amica. Mi ha descritto il suo tutù rosa con gli strass, e, tutto preso dal racconto, mi spiegava che, nella finzione, si metteva i brillantini nei capelli e poi la maestra li redarguiva: “State zitte! State buone!”
Quando lavoravo alla Città del sole e le coppie mi annunciavano “vorrei un gioco da femmina”, ribattevo che non esistono giochi da femmina o da maschio: esistono giochi che piacciono o che non piacciono. E loro si mostravano abbastanza accondiscendenti. Ma provate a suggerire a un padre un set di vestitini per bambola come regalo per suo figlio…

Vorrei rispondere qualcosa a G: che non ci sono cose da maschio e cose da femmina, ma mi sento inopportuna. La solita maestrina saccente. E rimango zitta.
Dentro però mi sorge un quesito:
Ma se a G avessero insegnato che un maschio può truccarsi, e che Hilary è un cartone da bambino, forse non avrebbe avuto disordini legati all’appartenenza di sesso? Non che io trovi niente di sbagliato nella transessualità, o nell’ambiguità di genere, è solo che spesso me lo chiedo.
Mi risponde in parte l’articolo di Ruth Padawer, ripreso su Internazionale n°966 col titolo “Oggi mi vesto da femmina”. Fa degli esempi di bambini che amano “le cose da femmina”. Questo non necessariamente porta a transessualità o omosessualità, specialmente se viene incoraggiato invece che represso. Per gli psicoterapeuti più illuminati:

“il non conformismo di genere è insolito ma non innaturale. Invece di spingere i bambini a conformarsi ai modelli, gli insegnano a come reagire all’intolleranza degli altri. E incoraggiano i genitori ad appoggiare le espressione di genere dei figli, perché il loro appoggio li vaccina dalla mancanza di autostima”

Del resto tempo fa si era parlato di una coppia di genitori canadesi che si rifiutava di esplicitare il sesso di loro figlio; e nel nord-europa si comincia a proibire la genderizzazione dei giocattoli.
Confuta le mie idee Valentina Genta, durante il seminario della LUD di sabato scorso, quando ho parlato della storia di G:
“I modelli di genere non dovrebbero essere chiusi in un sistema binario. Studi scientifici dimostrano che un’educazione al genere aperta ed elastica riduce i disordini di appartenenza futuri. Educare alla molteplicità di modelli di genere crea individui più liberi.”

Alla fine della nostra lunga chiaccherata siamo tutti stanchi. G prende un ventaglio vermiglio e comincia a sventolarsi davanti all’obiettivo. Un’immagine bella, generosa, e autoironica che non dimenticherò facilmente. Riprendo tutto, fino all’ultima capriola:
“Qual è il tuo più grande desiderio?”
“Rinascere donna, donna davvero”.

 

Ma il cielo di Milano

La versione integrale dura 40′. Lunghetto sì. Però scorre. E’ che era più strutturato ed organizzato del precedente. E a fini statistici ho tenuto praticamente tutte le risposte…e anche i momenti di esitazione. Che erano troppo bellini.
Ne ho riassunto 7′ e mezzo, tagliando per intero la maggior parte delle domande, tenendo, delle restanti, un campione di risposte che rispecchiasse vagamente l’andamento generale.
Il resto lo potrete vedere nel dvd su cui troverete anche la versione integrale del primo capitolo girato nel paese avito. Sarà acquistabile anche tramite questo blog, ma prima devo risolvere le questioni burocratiche. Intanto…buona visione!