Benvenuti al sud!

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Finalmente il sud!
E’ online l’estratto dell’ultimo capitolo dell’inchiesta, quello girato ottobre 2013 a Capaccio capoluogo, un delizioso paesino arroccato sulla collinetta che divide il mare cilentano dai templi di Paestum.

E’ forse il documentario che mi ha spiazzato di più. I bambini e le bambine hanno dato risposte inaspettate, a volte interpretate con consumata sapienza attoriale, spesso divertentissime. Dalle loro parole s’intuiva spesso un sostrato di profondità, di vita, di esperienza, che non è comune in individui sotto gli 11 anni.

C’erano pochissime bambine nella scuola. In una classe particolarmente scalmanata ce n’erano soltanto tre. Entravano nell’aula dell’intervista con discrezione, seppur padrone dei loro passetti. Sguardo dritto, per niente intimidite, silenziose e riflessive. Un atteggiamento completamente diverso dai loro compagni, che entravano vergognosi e tornavano in classe ribaldi, millantando una pirateria che non avevano avuto nei 10′ precedenti. Parlai di questo con una delle tre bambine, prima dell’intervista:

– E’ che i miei compagni sono abituati ad esprimersi solo in gruppo. Da soli non sentono più la forza.

Otto anni, signora mia. Otto anni. Una responsabilità delle proprie emozioni e di quelle degli altri che io alla sua età me la sognavo.

 

Dell’ottenne pettinato come Buster Keaton ho già parlato. Quello che non ho detto è che ho faticato a mantenermi impassibile durante tutto il nostro dialogo. E al “da stramazzo” (vedi video sopra) sono esplosa a ridere. Non ce l’ho fatta, lo confesso. A fine intervista gli dico, sorridendo:

– Senti, forse tu non dovresti fare il dermatologo da grande. Tu dovresti fare l’attore.

Il giorno dopo mi becca nei corridoi. Lo saluto. Mi si avvicina e impastando l’aria con mano aperta mi dice:

– Ahè l’ho detto a mia madre eh?
– Che cosa?
– Quella cosa dell’attore.
– Ah. E che ha detto?
– Ha detto: “eh mo’ vediamo”.

Ce ne sono state tante di soddisfazioni durante la realizzazione di questo video. Dalla bidella che mi dava del voi e mi portava ossequiosa nella mia auletta, al dialogo con la preside che con sguardo vero, mi parlava delle sue speranze dei suoi dubbi delle fatiche e delle soddisfazioni. Dalla generosità della maestra Teresa Cafasso che mi ha accolto e accudito come pochi nella vita, all’ultimo pranzo a base di mozzarelline e pomodori guardando tutto il mare del golfo.

E ovviamente, nelle risposte di certi bambini e certe bambine. Il seienne che:

– Sai, anche mio padre tiene una telecamera come te, però la sua è una telecamera vera.
– Ah.
– E’ più grande. Però non tiene le zampe come la tua.

La tassonomia applicata all’attrezzatura. Come fai poi a chiamarlo cavalletto.
Quando avevo finito tutto, una docente mi prega di intervistare un bambino che non ha ancora portato la liberatoria. Mi dice che me la farà avere, ma che è importante che partecipi. All’inizio sono un po’ restia, poi cedo. Mi dicono che non è un bambino facile, è possibile che non risponda.
E invece la sua intervista è una delle più sorprendenti. Emergono riflessioni acute, inusuali, che nessuno aveva fatto prima di lui.

– Senti ma ho detto cose sceme?
– Ma vuoi scherzare?!? Sai che tu hai fatto delle osservazioni interessantissime a cui nessuno era arrivato prima.

Mi guarda spalancando gli occhi. Sorrisone:

– Davvero??? Allora posso dirlo in classe?

 

Il capitolo integrale dura 35′ ed è stato proiettato l’anno scorso a Capaccio, il 15 marzo, nell’incontro che le grandissime e infaticabili donne de Leartemidi, hanno organizzato proprio per parlare di genere, e di storie ad esso collegate. Con la loro caparbietà avevano ottenuto, dall’amministrazione un po’ dormiente, una sala grande, riscaldata che profumava di cannella, perché dopo la proiezione c’era uno spettacolo teatrale su Shéhérazade fra dune di lenzuola imbrunite dalla spezia ambrata.

La seconda proiezione è avvenuta a settembre, alla tenuta Lupò, sempre a Paestum nell’ambito della Convention Cinema Civile di Paestum, organizzato da Alberto Franco.

 

Ah! Un’ultima cosa. Un bambino (anzi due) uscendo dall’aula dell’intervista è rimasto perplesso. Gli chiedo come mai. Mi risponde che quest’intervista è difficile. Ci sono delle domande che non ha capito. Gli chiedo quali, se può spiegarmi ed aiutarmi a correggerle. Quello che ha risposto lo vedete alla fine dell’estratto…

Una violenza del genere come si racconta?

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Pubblico di seguito il testo del mio intervento all’incontro in RAI del 25 novembre.

Questo spot è stato un caso mediatico risalente a giugno 2015, mese in cui lo IAP è intervenuto:

Le diverse necessità della pipì vengono estese ai desideri futuri inquadrati semplicisticamente. Il modello viene usato come carica deterministica restrittiva e degradante.

Ricordo che tale campagna pubblicitaria vantava una petizione dei Manif Pour Tous che invitava lo IAP a non cedere a:

polemiche ideologiche che non tengono conto delle differenze tendenziali e abitudini comportamentali che caratterizzano bambini e bambine.

A mio parere non stupisce che una pubblicità televisiva sia indirizzata a questo tipo di target. Fare pubblicità retrive è uno dei trend del momento (recentemente il caso Melegatti); il target di riferimento è più riconoscibile, affiliato e con grandi vincoli di appartenenza, rispetto al mare magnum del politically correct, sfuggente, pericoloso nelle sue molteplici declinazioni e tutele. Si rischia sempre di offendere qualcuno. A questo serve lo IAP,  Istituto di Autodisciplina Pubblicitaria.

Già, a cosa serve lo IAP? È un interrogativo provocatorio che mi sono posta, dopo aver letto Necrologhi, l’ultimo libro di Maria Nadotti. Lo IAP aiuta la pubblicità a farsi migliore. Quindi si tratta di bieco pinkwashing, cioè di quel fenomeno per cui si finge di sposare tesi femministe solo per vendere meglio? Del resto la pubblicità serve a vendere, non si può chiedere alla pubblicità un intento progressista essendo lei tanto più efficace quanto più rispecchia il presente.
Oppure, un istituto come lo IAP, ha il compito di sorvegliare la pubblicità poiché sappiamo quanto le immagini che vediamo, tutto ciò che fruiamo nel quotidiano contribuisce a forgiare l’immaginario di chi guarda, soprattutto ragazzi e ragazze bambini e bambine che se lo stanno formando?

Apro una parentesi sulla pubblicità diretta proprio a bambini e bambine, che si son rivelati un target di mercato molto appetibile. In questi ultimi anni si è assistito a una rigenderizzazione dei giocattoli. Hanno differenziato l’offerta per creare la domanda. Giocattoli come la LEGO che negli anni ’80 era unisex adesso si differenzia in ambientazioni da maschi (avventure, spazio, technic, metropolitano), e ambientazioni da femmine (casa, fantasy), per cui perfino i personaggi sono cambiati, quelli destinati alle ambientazioni femminili si sono ingranditi per diventare come bambole, con cui giocare in casette dai colori rosacei o pastello.

Questo riflette la tendenza di quasi tutta la pubblicità e la produzione riservata ai più piccoli. Vi invito a sfogliare i cataloghi di natale della Toys’r’us.

Nelle pubblicità di giochi “da femmine” le bambine sono quasi sempre ritratte in interni, i colori sono tenui, pastello, rassicuranti, le voci sono sempre acute come quelle della mamma e del neonato, gli slogan sono spesso in rima, le inquadrature sono poche e ci sono molte dissolvenze. Le protagoniste hanno ruoli passivi.

Al contrario nelle reclame dei giochi da maschio ci sono rapidi cambi di inquadratura, c’è più azione, la musica è più alta, i colori sono forti e a contrasto, i protagonisti possono avere ruoli aggressivi o ribelli, corrono, saltano, entrano in competizione, si picchiano, fanno esperimenti e maneggiano cose disgustose.

Da qualche anno intervisto bambini e bambine su questi temi. In una classe ho chiesto perché secondo loro le femmine venissero ritratte in maniera meno attiva.Mi ha risposto un bambino di quarta elementare:
“Perché così le fermano”

Questo secondo spot è una pubblicità di cucine che è andato in onda indisturbato per qualche anno. Un bianco rarefatto si dissolve sui volteggi di Barbie Casalinga, inoffensiva anche nel nome: Angela, si legge sulle tazze. L’atmosfera è un incrocio fra un gazebo di Wedding Planners e le tende polverose di The Others. La casa è disordinata ma lei la rassetta sorridente, efficientissima, in contrappunto con la voce over. Si muove leggiadra in queste stanzette biancheggianti traboccanti di calzini sudati e scarpette fetide.

“Immaginavo una figlia ballerina” ci mancherebbe “e ho avuto due maschi”
(calciatori, sia mai) che le riducono il salotto buono come un porcile.
“Immaginavo di cantare” sul giradischi piovono rose “e ho studiato legge”, e probabilmente poi è impazzita per la frustrazione tanto che ora ripone dischi gocciolanti nello scolapiatti. La chiusa chiarisce ogni dubbio:
per realizzare i nostri sogni di donna bisogna farne partecipe una cucina.

Voglio indagare ora non tanto la pubblicità quanto il contenitore che la ospita. Il palinsesto televisivo al cui interno troviamo questi segmenti pubblicitari.
Questa pubblicità andava in onda con particolare insistenza in fascia pomeridiana, quella fascia fruita nella distrazione, e nella digestione, che serve più a rassicurare l’utenza che non a sollecitarla a riflettere o a scardinare le proprie convinzioni.
Giusto l’altro ieri, mi sono fermata a guardare un approfondimento di costume, in onda in una rete nazionale. Si parlava di abitudini sportive dei vip elencando una serie di personaggi noti, considerati solo per la frequenza con cui fanno ginnastica, e per questo bacchettati a dovere in caso di cedimenti. La galleria proposta si componeva di sole donne: Madonna, Adele, Sharone Stone, e Amal Alamuddin, brillante avvocata libanese di diritto internazionale, che si è recentemente messa contro la magistratura egiziana. Amal viene indicata come “Signora Clooney” che, cito testualmente:
“nel non voler cedere al grasso ci ha rimesso qualche taglia di reggiseno”

Occorre a mio parere, parlare di donne in maniera diversa, reale. Non trattarle solo bidimensionalmente come immagini, ma ritrarle a tutto tondo, con le loro potenzialità e coi loro ruoli. Le donne raramente vengono interpellate* come esperte di politica, di scienza. Più frequentemente sono esperte di moda, di astrologia, vengono chiamate a parlare di violenza, o condizione della donna; ma difficilmente si esce da questa gabbia. Quasi che il sapere delle donne si limitasse alla loro condizione ontologica, o che la questione della parità interessasse solo le donne. A tal proposito ricordo che la violenza sulle donne costa 16,72 miliardi di euro, fra costi giudiziari, sociali, sanitari, di ordine pubblico**.

Ma parlare di violenza è un’arma a doppio taglio. Se è vero che porta alla luce un fenomeno diffuso e prima taciuto, si rischia che il tema venga espropriato, delle sue problematiche, del precipitato di partire da sé indispensabile per la sua analisi. La violenza di genere viene assunta dalla pubblicità e dalla tv senza una messa in critica, diventa un marketing, una tendenza da cavalcare, come nel caso della pubblicità di Coconuda con Anna Tatangelo, nel verso giusto; o al contrario (A; -A) come nel caso di Dolce e Gabbana, Relish; casi in cui si cerca lo scandalo, per il vecchio sistema del purché se ne parli. Che è più facile e meno rischioso. Mentre le campagne pubblicitarie che si presuppongono di essere virtuose, si inerpicano su un terreno scivoloso, in cui spesso scivolano, tradendo gli intenti di sfruttamento del brand della violenza. E ci offrono donne ritratte come vittime, incapaci di riconoscere un partner violento, tumefatte, inebetite, un’immagine femminile che non si pone in contraddizione né in alternativa agli altri modelli proposti dalla pubblicità sessista a cui vogliamo opporci.

*fonte CENSIS 2006

**fonte INTERVITA

 

 

Bibliografia

– Loredana Lipperini, Ancora dalla parte delle bambine, Feltrinelli, 2007

– Maria Nadotti, Necrologhi, Il Saggiatore, 2015

– Daniela Brancati, Occhi di maschio, Donzelli, 2011

Viva la Rai

Iniziativa 25 Novembre 2015 Pari Opportunità Rai Milano

Ho sempre sentito che nel mio futuro avrei varcato le porte della Rai.
Pensavo di farlo con una spaccata volante alla Heather Parisi, e invece credo sia meglio mantenere un atteggiamento più composto.
E’ che la Rai ha organizzato un convegno per parlare di violenza sulle donne e media, ed ha invitato varie realtà attive sul territorio.
Fra cui la Casa delle Donne di Milano, consesso variegato di varie donne, alcune del varietà, in cui sono attiva da più di due anni.
E insomma la Casa delle Donne ha selezionato una delegazione di sue rappresentanti da spedire all’incontro e ha scelto me come oratrice. Non so su che basi abbiano fatto i casting.
Sta di fatto che mercoledì potrete sentire in streaming l’incontro, in cui verrà analizzato il trattamento della violenza sui media, nella pubblicità, con un focus particolare su “Amore Criminale”.
Trovate sotto il comunicato stampa.
Su carta intestata.
Che leggere Rai in cima e Alessandra Ghimenti in fondo, fa un certo che.

Comunicato stampa Pari Opportunità Rai Milano 2511

Grandi speranze

Sono lieta di annunciare, a chi passa di qua, che Ma il cielo è sempre più blu ha vinto il bando di concorso “Assemblaggi provvisori” stilato dall’Associazione teatrale Dello Scompiglio, per i progetti artistici che sviluppino le tematiche di genere.
Pertanto “Ma il cielo” con le forme da definire compiutamente entrerà a far parte della stagione teatrale 2016 – 2017.
Evviva!
Qui il comunicato stampa della giuria.

Ringrazio fin da ora la giuria del progetto: Cecilia Bertoni, Michela Giovannelli, Marialucia Carones, Angel Moya Garcia, Antonio Caggiano e Luca Greco;
e Tiziana che a suo tempo ha avuto l’accortezza di segnalarmelo.
Ci vedremo a Lucca :)

Rimessa in Sesto

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E’ online il 4° capitolo dell’inchiesta, quello girato a Sesto San Giovanni (Mi)!

Qullo proiettato nel convegno, quello incriminato dalle Sentinelle, quello del progetto della Regione, con l’Assessora di Sesto e Usciamo dal silenzio, insomma lui.
Ho dovuto far tagli brutali, per far rientrare un documentario di 50′ in meno di 10′, ma qualcosa è rimasto.
Quello che non è rimasto lo trovate nel capitolo integrale, in distribuzione dal comune di Sesto, che verrà poi integrato nel dvd risolutivo finale che includerà tutti i capitoli dal terzo in poi.
Quello che non è rimasto nel video ma è rimasto in mente a me ve lo scrivo qui sotto.

– Che cosa vuoi fare da grande?
– Il muratore
– Perché?
– Perché quando costruisci una casa ti senti libero.

– Che cosa vuoi fare da grande?
– L’astrofisica.
– Perché?
– Perché le stelle mi piacciono e voglio sapere cosa c’è dietro l’universo.

– Che cosa vuoi fare da grande?
– Il fisico sperimentale.
– Perché?
– Perché voglio cambiare il mondo.

– Che differenza c’è fra maschi e femmine?
– Che le femmine fanno giochi più tranquilli e sono più calme. Poi è chiaro che se sbarca un alieno sulla terra allora anche loro scappano.

Così sono: se mi pare

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cosi sono x blog

Foto Marika De Sandoli

E’ stato interessante, bello, formativo, ricco, e divertente.
E’ stato faticosissimo.
E’ stato il quarto capitolo di “Ma il cielo è sempre più blu” realizzato a Sesto San Giovanni (Milano), periferia di città.
E’ stato girato a settembre e subito montato. 70 bambini e bambine, 5 ore di girato, 3 giorni di riprese, 1 microfono rotto, 2 versioni definitive, 100 dvd, 2 settimane per montarlo, 4 notti al pc, 1 progetto, infinite mail, il convegno.
“Così sono se mi pare. Oltre gli stereotipi, la sfida della parità.”
A Sesto San Giovanni, il 7 novembre, organizzato da Usciamo dal Silenzio, nello specifico da Assunta Sarlo, partner del progetto “Progettare la parita in Lombardia 2014”, a cui ha partecipato come capofila il Comune di Sesto, grazie all’interessamento di Rita Innocenti (persona splendida, politica fuori da comune..) Assessora alle Pari Opportunità.
La mattina è stata formativa.

Marina Piazza, ha posto l’attenzione sui nuovi stereotipi fluttuanti ma rigidi. La donna in azienda. Dallo stereotipo della carrierista impermeabile ai canoni di bellezza imposti, si pensi alle politiche Rosy Bindi o Tina Anselmi, siamo passati a Christine Lagarde, la donna inappuntabilmente curata che ogni mattina dedica un’ora al massaggio; particolare ambiguo che cela una trappola: per essere accettate nella società, per sfondare il tetto di cristallo, si deve coniugare l’intelligenza alla bellezza? Tacchi alti => alti obbiettivi? Per diventare soggetti le donne devono oggettivarsi? Il richiamo alla realtà impone la necessità dell’imperfezione.

Letizia Lambertini, antropologa, evidenzia l’assenza di lessico. Le parole non sono adeguate alla varietà dell’esperienza e dei pensieri. I bambini e le bambine che vivono in un contesto aperto, stimolati dalla quantità di variabili del reale, crescono più liberi e più libere. La condivisione delle esperienze, il racconto può sopperire a questa mancanza, fornendo strumenti anche nella scuola.

E’ quello che fa Alessio Miceli, Maschile Plurale, raccontandoci un confronto avuto con un suo studente. La sua soggettività di uomo, è utile come strumento per interpretare la sessualità, intrisa di virilità stereotipata, fruita dal ragazzo attraverso internet.

Marina Cosi, Gi.U.Li.A, disserta invece sulla necessità di un linguaggio che sgretoli l’idea del neutro maschile. La declinazione al femminile di certe professioni, avallata dal sacro bollo dell’Accademia della Crusca, introduce nell’interlocutore la consapevolezza di star usando uno stereotipo. Ministra, si dice. Avvocata si dice. E se qualcuno fa del purismo ricordiamoci che perfino Dante usa questi termini nella Commedia, riferendoli alla Madonna.

E per finire Assunta Sarlo, coordinatrice del convegno, introduce me e “Ma il cielo è sempre più blu” con una lettura dell’ultimo libro di Maria Perosino “Le scelte che non hai fatto”.

E poi nel pomeriggio l’assemblea dei bambini e della bambine, intervistati e non intervistati nel nuovo capitolo. A breve ne farò il consueto estratto da youtube. Anticipo solo due cose.

La prima.
Una delle risposte ricevute. L’ho sentita, l’ho trascritta, ma nella frenesia del montaggio è andata perduta. L’ho ricercata febbrilmente riascoltando tutte le 70 interviste, Niente. Persa, come lacrime nella pioggia.
Era di un bambino di 5° elementare.
– C’è differenza fra maschi e femmine?
– Sì. I maschi sono più attivi. Le femmine sono più tranquille. Poi è chiaro che se sbarcano gli alieni anche le femmine scappano.

La seconda.
Un commento a caldo di una bambina al convegno. Biondina timida, jeans, felpa rossa. Capelli corti su un fianco, e lunghi sul resto della testa.
– Ti è piaciuto questo documentario?
– Sì. Perché racconta le vite degli altri.

dvd x blog

Il dvd contenente solo questo 4° capitolo è distribuito dal Comune di Sesto San Giovanni, ed è a disposizione delle scuole che hanno aderito al progetto: gli istituti comprensivi “Giovanni Pascoli”, e “Martiri delle Libertà”.

Nuovi capitoli nuovi passi

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e solo una questione di tempo«Come sono i maschi?».
Sorride, sospira. Poi si aggiusta sulla sedia, raddrizza la schiena, poggia il gomito sul tavolo, mi pianta gli occhi in viso, e con un ampio gesto della mano, da consumata attrice teatrale:
«I maschi sono patetici!».

Accadeva nella scuola primaria di Capaccio – Paestum, un mattinata fresca e soleggiata di un anno fa. Accadeva per il primo capitolo di “Ma il cielo è sempre più blu” girato al sud, in questo paesino arroccato su un colle che domina il mare, dove ho trovato alcuni dei bambini e delle bambine più fantasiosi e imprevedibili, che abbia mai incontrato da quando ho cominciato questa inchiesta. Il tempo fermo, i bidelli che mi davano del voi, un calore umano da piccolo paese, e alcune osservazioni sorprendenti:
“Mi hai fatto delle domande difficili. Questa per esempio: che differenza c’è fra maschi e femmine. Io non la capisco. Sì vabbe’ i maschi in genere hanno i capelli corti, ma pure le femmine li tengono.”

Non è ancora pronto. Lavorandoci in maniera indipendente, non sono ancora riuscita a dedicarmici. Aspetto un tempo incontaminato da altri impegni grossi, lo monterò durante l’interminabile inverno milanese.

Però non mi sono fermata eh. Fra maggio e giugno ho girato un nuovo capitolo. Roma, stavolta. Quartiere Pietralata, una scuola colorata nella periferia della capitale. Una partecipazione oceanica, moltissimi bambini e bambine, risposte diversissime fra di loro. E poi, ogni tanto, quel senso grandioso del tempo potente che scorre, come solo nella città eterna:
“Guarda lì aho, t’ho conosciuto che eri ‘n frugoletto e mo’ guardalo, sta a diventa’ ‘na star d’a televisione”
Poi, il piccolo sosia di Paolo Bonolis, anni 7, si alza, e va a da’ ‘na pettinata al suo compagno di classe: riccioluto, finestrina nei denti, sorride, fiero di tanta speme.

E poi di nuovo Milano. Sesto San Giovanni per la precisione. Sarà girato lì il nuovo imminente capitolo che ha vinto il bando della regione Lombardia, in un progetto dell’Assessora alle Pari Opportunità di Sesto, Rita Innocenti, insieme ad Usciamo dal Silenzio. Un montaggio matto e disperatissimo che mi risucchierà per il prossimo mese…

Concludiamo novembre, il frenetico mese dell’operosità milanese, con delle lezioni-proiezioni in una scuola a Magenta, e con la performance teatrale di Alilò Futuro Anteriore, a Bergamo. S’intitola “Le ombre del buio” e verrà introdotta da un mix dei vari Ma i cieli: Altopascio, Milano, Palazzolo sull’Oglio. E’ uno spettacolo sulla violenza di genere, curato da Cristiana Ottaviano, per la cui creazione ha fatto diverse interviste fra cui a Lea Melandri…e a me.
Si terrà il 25 novembre nell’Auditorium di Piazza Libertà,  Bg, alle 20.30. Io ci sarò!

Non c’è due senza tre!

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Signore e signori,
l’estratto del terzo capitolo dell’inchiesta:

 

Un annetto fa uno strano personaggio andava facendo domande bizzarre ai piccoli e alle piccole allieve di una scuola primaria di Palazzolo sull’Oglio. Il risultato di quelle estenuanti interviste è stato presentato a novembre negli incontri del ciclo “Dalla parte dei bambini e delle bambine”, alla biblioteca di Palazzolo.
Oggi, finalmente, visibile per chi non c’era, un estratto del documentario integrale.
Sono 7′, l’integrale dura 45′. Quasi 40′ tagliati via. Capirete le difficoltà di scelta…
Ho deciso di prendere poche domande, quelle in cui ho registrato le risposte più rappresentative dell’insieme. Quelle più particolari, più originali, più diverse dagli altri due capitoli. Come in tutti gli estratti, dentro a ogni domanda, ho dovuto cancellare alcune risposte, cercando di mantenere comunque il rapporto statistico della versione integrale.

Il documentario integrale al momento è visibile solo organizzando una proiezione dedicata. Fra qualche tempo, alcuni pezzi verranno inseriti nella riduzione centrifugata dei tre capitoli. Fra un po’ più di tempo, la versione originale sarà inserita per intero nel dvd che la conterrà insieme ai prossimi capitoli attualmente in via di realizzazione.
Portate pazienza, come diceva mia nonna.
Keep calm and stay tuned, come si usa dire su fb.

Ma il cielo è sempre più citato

corriere

Il corriere della sera di oggi, edizione Milanese, ospita un box su “Ma il cielo è sempre più blu” in un articolo di Elisabetta Andreis a proposito dell’importanza di un’educazione libera da stereotipi per contrastare, anche, la violenza sulle donne.
Notare che nella dida sono citata come Alessandra Ghisalberti. Che in effetti è molto più chic di Ghimenti. In toscana mi avevano storpiato il cognome solo, banalmente, in Chimenti. Da quando sto a Milano sono diventata: Ghisalberti, Ghimanti, Di Nenti, Ghidorzi, e financo Merighetti (che fa subito nordest produttivo).
L’importanza di chiamarsi con un cognome poco udibile.

Qui il pdf della pagina:
Corriere di Milano 23 febbraio 2014

Nemo propheta in patria?

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Ma dura in lui l’antico sangue
del monello di campagna

[Sergej A. Esenin – Confessione di un teppista]

Il notizione è che dopo 4 anni “Ma il cielo è sempre più blu” verrà proiettato ad Altopascio.
Ora potrei partire con la filippica a cui allude, con discrezione affatto polemica, il titolo del post; e tuonare contro tutti quelli a cui mi sono rivolta, enti culturali e politici autoctoni, che non mi si sono minimamente filati in questi 4 anni, ma sarò superiore, massì. Diciamo che avendolo già denunciato in tutte le proiezioni avvenute finora, può bastare. Ecco.
Ringrazio fin da ora la libreria “Gulliver”, e Ilaria Centoni, che mi hanno accolto da subito a braccia aperte e hanno organizzato questo evento. Domani pomeriggio, dalle 17.00 in poi. Fra tutte le proiezioni che ho fatto, questa è forse quella che m’inquieta di più, che non credo s’incomodi né il vitello grasso né il figliuol prodigo.
Qui sotto la deliziosa locandina!

altopascio

Già che siamo in argomento aggiungo che la proiezione del terzo capitolo girato nella provincia di Brescia, di cui presto sarà online un estratto, è stata interessantissima. Assistevano i bambini e le bambine intervistate, i loro genitori, le maestre, e anche illustri bloggers (Giorgia Vezzoli, che conduceva, e Lunatica da Un altro genere di comunicazione). Sono emerse riflessioni stimolanti.
Giovanna, la maestra che mi ha aiutato nella realizzazione del documentario, identificava uno dei nessi che lega l’importanza di un’educazione libera da stereotipi di genere, alla violenza sulle donne: il rispetto del No. E’ nella scuola che si può insegnare la stabilità del rifiuto, sia da parte di chi lo attua, sia da parte di chi lo riceve. Educare le femmine ad essere cedevoli, troppo accoglienti, e i maschi a passare sopra ai rifiuti, forti della loro dovuta dominante, può gettare i semi di una mentalità che sfocia nella legge del più forte, che vede le femmine come il sesso debole, il genere da proteggere e anche da aggredire.
Lunatica invece era stupita dell’importanza che i bambini e le bambine danno, ancora oggi nell’era della tecnologia, alla forza fisica. E’ vero. Fintantoché i parametri di valore e di relazione saranno basati sulla prestanza fisica (peraltro stereotipata) non si cambierà niente. E del resto, nella vita reale, nei nostri rapporti di lavoro, di studio, nel tempo libero, quando mai sono importanti le prestazioni fisiche? Vi capita di fare colloqui sollevando pesi? Perché poi ci si incrosta ancora a pensare che la femmina ha bisogno sempre e comunque di un maschio che la protegga e le faccia strada?

Concludo con un po’ di lusinghieri aggiornamenti. (faccinachesorride)

“Ma il cielo è sempre più blu” è citato nel libro “C’è differenza” (FrancoAngeli, 2013) di Graziella Priulla, sociologa, docente all’Università di Catania. L’ho scoperto per caso, su segnalazione di un’amica! Nella foto il momento del ritrovamento.

priulla c'è differenza

E: oggi, sul Corriere della sera, trovate un mio trafiletto a proposito della sciopero delle donne, i contenuti sono più o meno quelli che ho scritto nello scambio di mail avvenuto fra le LUDdiste, parzialmente riportato da Lea Melandri su Zeroviolenzadonne

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